Chiamami col tuo nome - Cinema e Psicologia

Chiamami col tuo nome

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“Ecco cosa intendo per intimità: la capacità di entrare nel territorio dell’altro senza le protezioni, gli schemi, le vie di fuga, le scorciatoie che in genere mettiamo in piedi quando ci avviciniamo a qualcuno.”

Vi segnalo che su Espresso/Repubblica blog ho pubblicato una recensione, direi meglio riflessione psicologica sull’ultimo film di Guadagnino: Chiamami con tuo nome. La versione originale la trovate a questo indirizzo: LEGGI LA RECENSIONE: CHIAMAMI COL TUO NOME.

La riporto anche nel sito di cinema e psicologia…

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Ottobre

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Il filosofo e psicoanalista lacaniano Slavoj Žižek afferma che il cinema pornoè quanto di più reazionario si possa immaginare. In effetti, le immagini, così esplicite, le storie inesistenti e tutte centrate verso l’obiettivo principale: arrivare, come si dice, al “dunque”, costringono gli attori (e lo spettatore che guarda), ad essere un po’ come quei funzionari di partito che fanno tutto per bene, seguono le linee direttive imposte dall’alto senza nessun errore, nessun pensiero, nessuna critica, come dei bravi soldatini che non discutono gli ordini, li eseguono e basta!

L’intimità, al contrario, procede per tentativi ed errori, consente di avvicinarci all’altro in modo maldestro, impacciato, timorosi degli errori, dei rifiuti, di essere allontanati, isolati. L’intimità è molto vicina ad un altro aspetto della dimensione umana, molto distante dal porno: il fallimento.

L’ultimo film di Guadagnino, come ho scritto nel titolo, racconta proprio questa dimensione umana, è un film che parla d’intimità e lo fa utilizzando il registro della sensualità, del bello, dell’intellettuale e, nello stesso tempo, dell’inadeguato, del grezzo, del semplice.

La sceneggiatura è scritta da James Ivory ed è un adattamento cinematografico del romanzo “Chiamami col tuo nome” di André Aciman. Racconta di una famiglia molto borghese che trascorre le vacanze estive in una fantastica villa di campagna nel nord Italia. È un luogo aperto, gli amici dei genitori e del figlio passano in ogni momento della giornata, cenano con loro e vivono una dimensione collettiva, di condivisione costante. Ogni anno il padre, professore di archeologia, ospita nella villa uno studente straniero per lavorare alla sua tesi di post dottorato. Una mattina arriva dagli Stati Uniti Oliver (i nomi sono importanti in questo film!). È un ragazzo molto particolare, bello, sicuro di sé, sfrontato, libero e aperto. Il figlio, Elio, ne rimane affascinato. Sembra, inizialmente, che sia stato catturato dal fascino del fratello maggiore che insegna al più piccolo come relazionarsi con gli altri, come vivere con gli altri, rompendo l’isolamento nel quale si è confinato, tra musica e libri.

In effetti Oliver ha anche questa funzione per Elio, ma non solo, qualcosa tra di loro è destinato a trasformarsi, cambiando profondamente entrambi. Una trasformazione che non può che passare, visto che parlo d’intimità, dalla scoperta dell’altro, dal desiderio e dalla sofferenza. Scoperta, desiderio, sofferenza: gli ingredienti base di ogni relazione d’amore.

Infatti Elio, inizia lentamente, passando anche per il suo primo rapporto sessuale con una ragazza, a provare una profonda attrazione per Oliver, ma è un’attrazione pericolosa, diciamo ad alto rischio di fallimento.

In questa breve recensione, provo a leggere il film dal punto di vista psicologico, quindi niente commenti sulla fotografia, prove attoriali, inquadrature ecc; vorrei soffermarmi proprio sul tema dell’intimità con una riflessione personale nella quale alla fine scriverò cosa mi hanno fatto provare emotivamente alcune scene.

Quando penso e vivo l’intimità con l’altro, la prima domanda che, in teoria, potrei farmi è: chi è l’altro per me? In questo film, secondo me, troviamo la risposta. L’altro non è un oggetto, una persona della quale sappiamo tutto, già dal primo incontro. Non è un universo noto. L’altro, nel mondo dell’intimità, è un estraneo; è come un territorio sconosciuto che ci attrae e, nello stesso tempo, ci spaventa. Non sappiamo nulla, non abbiamo una mappa che ci possa aiutare ad orientarci, l’unico modo per conoscere questo territorio è entrarci dentro, rischiando anche di farci del male, di soffrire.

Elio però ha due buone guide che lo sostengono in questo viaggio; la prima è la madre che, comprendendo bene i sentimenti del figlio, la sua profonda energia che non trova una direzione, gli legge, in una sera di mal tempo, una storia di un cavaliere innamorato il quale si chiede: “Parlare o tacere a costo di morire?” La madre indica al figlio una mappa, gli dice che si può parlare dei propri sentimenti, si può dire all’altro cosa proviamo.

Questa funzione è fondamentale, perché Elio teme di entrare in un territorio sconosciuto, altamente pericoloso. Oliver è un uomo, non una donna, non sappiamo se è interessato ad una relazione omosessuale, oppure è attratto solo dalle donne, è uno straniero, che dopo qualche settima rientrerà nel suo paese, molto lontano dall’Italia. Insomma, è un po’ come decidere di esplorare la foresta amazonica, di notte, da soli e scalzi!

Elio può esplorare questo nuovo territorio grazie alla sua incoscienza adolescenziale che, purtroppo, molti adulti perdono crescendo, e grazie al sostegno dei suoi genitori. La madre gli apre la strada e il padre gli dona una lettura di senso nel finale. Un grande insegnamento sul senso del dolore. In genere le funzioni genitoriali sono inverse (il maschile apre verso l’esterno e il femminile contiene il dolore), ma questo è un film che rompe molti schemi.

Inoltrandosi in questo territorio sconosciuto Elio può scoprire realmente chi è l’altro, e così dargli un nome, un nome che a quel punto diventa noto, l’altro diventa parte di me e posso chiamarlo, finalmente, con il mio nome.

Ecco cosa intendo per intimità: la capacità di entrare nel territorio dell’altro senza le protezioni, gli schemi, le vie di fuga, le scorciatoie che in genere mettiamo in piedi quando ci avviciniamo a qualcuno. Fortunatamente il film è ambientato all’inizio degli anni ’80 e quindi non ci sono smatphone, Whatsapp, Facebook e Instagram a complicare le cose!

Vi è un altro livello nel film, legato al linguaggio, che ripropone lo stesso schema relazionale di differenze e contaminazioni, che purtroppo hanno potuto apprezzare solo quelli cha hanno visto il film in lingua originale. Io non sono tra quelli, ma ho la fortuna di avere una paziente che l’ha visto e me ne ha parlato. Lo riassumo con le sue parole: “Come tutti i bei film anche questo racconta molte cose e secondo me una di queste è l’apertura verso l’altro, il diverso, lo straniero, che i genitori di Oliver insegnano al figlio e questo viene raccontato soprattutto con i continui passaggi da una lingua all’altra, con il doppiaggio questo elemento si perde completamente. Ci sono continui riferimenti a scrittori, musicisti, filosofi che appartengono a culture molto diverse, è come se il film voglia dirci che la cultura è possibile soltanto amando e integrando dentro di sé linguaggi diversi. Elio all’inizio, ad esempio, critica il modo che ha Oliver di congedarsi, il suo “Later” (a dopo), gli sembra maleducato, non lo capisce, ne parla con i genitori a tavola. Dopo un po’ però, sia lui che gli altri iniziano ad amarlo, anche il padre di Elio finisce per salutare Oliver allo stesso modo: ci sono delle cose degli altri che a volte non comprendiamo, che ci infastidiscono, ma se le superiamo, se andiamo al di là di come ci appaiono, potremmo innamorarcene (la stessa cosa succede quando ad Elio inizialmente scoccia dividere il suo spazio con uno sconosciuto, uno straniero che non comprende e che gli sta anche un po’ antipatico).”

Concludo, come promesso, raccontandovi cosa ho provato in alcune scene, in particolare in quella della pesca (frutto). Chi ha visto il film sa di cosa parlo, chi non l’ha visto, spero di incuriosirlo/a.

È una scena potente, certamente sensuale, ma non per me. Ho provato un profondo senso di disagio, volevo andare via, scappare dal cinema, non l’ho fatto perché ero incastrato (meno male!) tra molti spettatori e mi dispiaceva disturbarli (a volte la buona educazione può essere anche utile). Poi ho capito perché: mi infastidiva l’intimità tra due uomini. Mi sono sempre pensato come una persona aperta, senza pregiudizi, relativamente libera, e ho scoperto, grazie al film, che invece ne ho tantissimi. La mia apertura è solo intellettuale, razionale, filtrata direi dalla dimensione ideologica. Quando è passata attraverso il corpo, attraverso l’intimità, qualcosa dentro di me ha vacillato. Scoprirlo mi è stato di grande utilità, perché adesso ne sono consapevole e posso lavorarci un po’ su!

Quando si dice che i bei film producono una trasformazione intendo proprio quest’ultima esperienza.

Sergio Stagnitta

Psicologo Psicoterapeuta, vivo e lavoro a Roma. Responsabile area blog e blogger del sito dell’Ordine degli Psicologi del Lazio. Fondatore del sito www.cinemaepsicologia.it nato per condividere esperienze personali e professionali sull’uso formativo e terapeutico del cinema. Blogger per l’Espresso/Repubblica Blog

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