Collateral Beauty - Si può sopravvivere alla morte di un figlio? - Cinema e Psicologia

Collateral Beauty – Si può sopravvivere alla morte di un figlio?

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Così l’intero universo si rinnova sempre, e i viventi si scambiano sempre tra loro la vita. (Lucrezio, De rerum natura, II, 75, 6)

Nelle sale cinematografiche italiane, in occasione delle festività natalizie e con l’arrivo del 2017, abbiamo assistito all’uscita di una pellicola che sembrava discostarsi dai cinepanettoni e dai film d’animazione per bambini che l’industria cinematografica puntualmente confeziona in quel periodo dell’anno. La Bellezza collaterale (Collateral beauty) di David Frankel, già regista di alcuni episodi di Sex & The City e soprattutto (fra gli altri) de Il diavolo veste Prada, ci mostra gli effetti di un lutto non elaborato, quando a morire è una bambina di soli sei anni. Un Xsmas movie, quindi, che induce lo spettatore, man mano che si dipana la vicenda, a riflettere su argomenti esistenziali universali quali il tempo, la morte, l’amore.

Non vogliamo analizzare qui la pellicola sopracitata, semmai intendiamo riflettere e offrire ulteriori spunti di approfondimento su un tema, l’elaborazione del lutto, con cui siamo continuamente chiamati a confrontarci, se non personalmente attraverso l’esposizione continua ai social media e alle tragedie come terremoti, disastri aerei e attacchi terroristici che minano le nostre sicurezze. La trama del film è la seguente: il protagonista, abile e creativo dirigente newyorchese (interpretato da un intenso Will Smith), è caduto in una grave depressione dopo la morte di sua figlia e, nonostante siano trascorsi mesi, sembra rifiutare un ritorno alla “quotidianità” della vita nonché qualsiasi persona che gli si offra come sostegno. Il suo matrimonio non ha retto il trauma; l’uomo dimentica di nutrirsi e si è chiuso nel più totale isolamento; si reca a lavoro, non garantendo più la sua produttività e rischiando di mandare a rotoli un progetto aziendale. Saranno, quindi, suoi tre colleghi nonché fidati amici ad architettare un piano che, mescolando realtà e finzione, avrà un effetto terapeutico-trasformativo, laddove la “bellezza collaterale” annunciata nel titolo del film dispiega il suo significato profondo.

Cos’è la “bellezza collaterale” nominata nel film e che dovrebbe, come per magia, donare conforto al dolore? Come si può parlare di bellezza o fare finta di niente, si chiede con struggimento il protagonista, quando una bambina di appena sei anni se ne è andata? Non sarebbe stato più giusto che la morte avesse scelto lui, che una parte della sua esistenza aveva già potuto assaporarla? Quale senso può avere la vita per un genitore che ha perso un figlio? Citando le parole pronunciate da papa Francesco nella prima udienza dell’anno 2017, in un’aula Paolo VI gremita di fedeli: “Davanti alla tragedia della perdita dei figli, una madre non può accettare parole o gesti di consolazione, che sono sempre inadeguati, mai capaci di lenire il dolore di una ferita che non può e non vuole essere rimarginata”. Si pone, a questo punto, il secondo interrogativo che permea, sullo sfondo, le riflessioni avviate da un evento quale la perdita di una persona cara: cosa significa elaborazione del lutto? Aspettare che il tempo passi e che nuove abitudini prendano forma? Si tratta di un processo naturale, fisiologico o richiede necessariamente un intervento esterno professionale? Ed elaborare implica dimenticare? Annullare i ricordi, il dolore, la nostalgia? Buttarsi a capofitto nel lavoro, nella religione o in una qualsiasi missione di vita che consenta di non pensare al passato? Cosa succede se, coltivando l’illusione dell’oblio, interrompiamo temporaneamente il vortice dei mille impegni giornalieri che ci “distraggono” dal dolore e dalle emozioni negative e siamo costretti a sostare e a confrontarci con la “realtà”? All’inizio di questo articolo si è affermato che Collateral beauty “apparentemente” si discosta dai tipici film natalizi; ecco, infine, la terza e ultima domanda (e da questo momento in poi il tentativo di cercare insieme delle risposte agli interrogativi posti): in che senso questo film di David Frankel si può definire un Xsmas movie?

Gli psicologi Holmes e Rahe, nella loro lista degli eventi stressanti, includono, insieme alla morte del coniuge, al divorzio, al licenziamento, il Natale. Il Natale, occasione di festa e di socializzazione, si connota di significati simbolici e personali: è simbolo della Nascita e dell’Amore; nella cultura cristiana si colloca a cavallo tra un anno che finisce e un anno nuovo carico di aspettative e progetti; comporta il rinnovarsi di riti domestici e di incontri familiari sempre più sporadici nel caos della cultura post-moderna. É il tempo della festa, un tempo e uno spazio di confine tra ordinario e straordinario, in cui stimoli sensoriali (luci, suoni, odori, immagini) risvegliano il mondo emotivo e immaginativo degli individui, anche di coloro che abitualmente indossano gli abiti della razionalità e del dovere. Come nella festa del Carnevale, si è più disposti a cambiare temporaneamente “maschera” e ad indossarne di insolite (a volte, in famiglia, i padri si travestono da Babbo Natale per compartecipare dello stupore dei figli); e il contatto con la propria sfera emotiva rende più “vulnerabili” e spaventa. Immaginiamo il vissuto interiore di un genitore che ha da poco perso il proprio bambino e che assiste, stordito e impotente, al riproporsi dello stesso clima di festa, quando dentro di sé tutto è mutato e un vuoto denso di dolore non sembra lasciare spazio ad alcuna consolazione.

Bowlby scriveva (1980): «Il lutto sano è il tentativo riuscito, da parte di un individuo, di accettare l’irreversibilità della perdita e di riorganizzare i propri legami affettivi». Riorganizzazione dei propri legami affettivi: la chiave per comprendere quanto l’elaborazione del lutto implichi la capacità di trasformare il legame con la persona deceduta, riconoscendone l’assenza fisica e modificando costruttivamente il proprio “stare nel mondo”. La “bellezza collaterale” è assimilabile, nel linguaggio psicologico, al concetto di resilienza, intesa come capacità di autoripararsi dopo un danno, di far fronte, resistere, ma anche costruire e riuscire a riorganizzare positivamente la propria vita nonostante situazioni difficili che fanno pensare a un esito negativo. Gli individui resilienti fanno affidamento su risorse interiori e relazionali, che costituiscono dei fattori protettivi rispetto alle avversità inevitabili dell’esistenza; cosi le numerose associazioni di volontariato che nascono per sostenere una mission comune, le istituzioni filantropiche che dispensano borse di studio in virtù di un ideale e/o di una causa, le organizzazioni di ricerca che si battono per il benessere collettivo sono esempi concreti del fatto che nella condivisione del dolore, nell’ascolto rispettoso e non giudicante dell’Altro, nell’attesa paziente e fiduciosa la triade tempo, morte, amore può manifestare, oltre la sua distruttività, una potenza ricostruttiva. A livello intrapsichico, l’“assenza” fisica si trasforma in un legame permanente con l’immagine interiorizzata dell’amato; immagine che non è più solo individuale, bensì assurge a ideale collettivo, universale, che lega indissolubilmente ogni piccola cosa al Tutto.

BIBLIOGRAFIA

Bowlby J. (1980). Attaccamento e perdita. Tr. It. Boringhieri, Torino, 1983.

Onofri, La Rosa (2015). Il lutto. Psicoterapia cognitivo-evoluzionista e EMDR.

Giovanni Fioriti Editore s.r.l., Roma. www.stateofmind.it/2015/03/resilienza-psicologia-positiva/

 

Amalia Dodaro (Cosenza, 1978) è psicologa, psicoterapeuta e formatrice. Laureata in Psicologia all’Università La Sapienza di Roma, si è specializzata in Psicoterapia individuale e di gruppo, ad approccio pluralistico integrato, presso l’Istituto di formazione A.S.P.I.C. di Roma. Vive e lavora a Cosenza, dove svolge attività clinica privata e collabora, in qualità di docente e formatrice, con Associazioni del territorio e di rilevanza nazionale (A.S.P.I.C. – sede di Cosenza; Associazione Gianmarco De Maria per i bambini e gli adolescenti ospedalizzati e le loro famiglie; AUSER – Università Popolare della Libera Età.). Integra e arricchisce la formazione professionale con la passione per la cultura e l’arte, coltivando, specificamente, gli interessi per la letteratura e il cinema, utilizzando le potenzialità dell’arte ai fini della promozione del benessere e della crescita degli individui e dei gruppi.

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