DOGMAN di MATTEO GARRONE - Cinema e Psicologia

DOGMAN di MATTEO GARRONE

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La realtà ed il nulla: riflessioni.

C’è un percorso ideale che attraversa “L’Imbalsamatore”, “Primo Amore” e l’ultima opera di Matteo Garrone, “Dogman”: se questa è la fine del tragitto, ciò mi inquieta.

I tre film sono tratti da vicende realmente accadute, sono imperniati su una relazione bilaterale, e finiscono tragicamente per una delle due parti.

Se il rapporto tra Peppino e Valerio era improntato su una stima reciproca e su un forte desiderio del primo verso il secondo, se la relazione sentimentale tra Vittorio e Sonia era strutturata sulla ossessiva volontà del primo di pretendere dalla compagna un corpo depurato da ogni eccedenza, qui siamo di fronte ad una vicenda diversa: quella tra Marcello e Simone è una non-relazione.

Niente li lega. Anzi.

Non esiste punto di contatto, luogo soggettivo di confluenza tra le due personalità, eccezion fatta nel triste rilievo che Marcello fa uso di droga e non si tira indietro, più che per timore, di fronte a qualche furtarello proposto da Simone.

Marcello possiede una sconfinata passione per i cani, derivata dalla sua indole in ogni caso dolce, affabile, tenera, che proietta nei pelosetti quell’amore sconfinato che vorrebbe permanentemente donare alla figlia Alida.
E questo universo idilliaco, fatto di toelettature all’interno del suo negozio e concorsi di bellezza per cani, è completamente antinomico rispetto all’ambiente circostante, quell’universo degradato della provincia casertana (pur essendo romana la vicenda) e di personaggi sgraziati e rozzi dove Simone impera con la sua violenza impulsiva priva di freni.

Simone spacca, ruba, picchia, nella piena anarchia ed assoluta assenza di tutela da parte di chicchessia: e così, ancora una volta, Garrone ci fa sprofondare nella realtà.

Quindi Marcello tollera come tutti Simone. E di fronte alla violenta richiesta di questo di dargli le chiavi del suo negozio per fare un buco che gli consenta di entrare nel Compro-Oro limitrofo, Marcello non dirà no. E non solo. Malgrado il rischio di andare in carcere in quanto ritenuto unico responsabile del furto, pur di non incolpare Simone, sceglierà la strada peggiore: un anno di reclusione.

Il piccolo Marcello ritorna a casa essenzialmente uguale a prima, ma è l’ambiente che lo circonda che non lo è più. Non gli si perdona di aver consentito a Simone di averla fatta franca , di aver consentito ad un soggetto sciolto da ogni obbligo e dovere, che senza ritegno sfreccia davanti a tutti con la nuova fiammante moto acquistata con i proventi del furto, di aver distrutto l’attività del compro-oro.

Marcello è ora isolato da tutti, ha perso ogni forma di rispetto che si era conquistato con il suo lavoro. Cerca di reagire, vuole da Simone la parte che gli aveva promesso, ma inutilmente. Inizia così una spirale di odio reciproco, dove chiaramente è sempre Marcello ad avere la peggio, fino alla vendetta terminale. Quella vendetta corporale intrisa di rabbia sanguinaria, all’interno del negozio di Marcello, che gli stessi cani osservano con stupore. Chi è l’animale??

Perché ho detto all’inizio che questa terza parte del percorso di Garrone è inquietante.

Perché pur nella medesima linea narrativa delle tre storie, qui siamo di fronte all’abisso. Non esiste un Altro per Marcello. Se per Peppino l’Altro era il connubio tra la bellezza divinizzante di Valerio e la passione per la sua attività di imbalsamatore; se l’amore di Sonia rappresentava in ogni caso la giustificazione delle pur ossessive pretese di Vittorio, qui in Dogman abbiamo una rottura.
Dogman “E’” un film di rottura.
Non c’è Altro, non c’è dialogo, non c’è riconoscimento, non c’è aspirazione al desiderio tra Marcello e i vicini. Cosa significa questo? Che Marcello rimane nel suo mondo immaginario, in quanto solo nei cani riesce a donare quell’amore che gli è proprio, e scorgere nei suoi unici amici scodinzolanti, nei loro occhioni felici ed atteggiamenti buffi e simpatici, l’identificazione con il suo inconscio. quindi con il suo desiderio.

Un mondo d’amore, quello stesso che gli consentirà di far risorgere un cagnolino, in assoluto la scena più toccante del film.

Ma c’è dell’altro. 
Ritengo che Dogman sia un film rappresentativo di un taglio irreversibile nelle relazioni umane anche dall’ambientazione che Garrone ha scelto. E’ vero che questa replica quella utilizzata in parte nell’Imbalsamatore, ma insieme a quell’arida e sconcertante area, si affiancavano altri e diversi luoghi. Qui no. Nulla. Tranne che per il periodo in carcere e l’interrogatorio in Questura., tutte le scene, tetre, nere, buie, piovose, si limitano a raffigurare lo stesso identico spazio. Come in una fotografia dove passano le vicende umane ma rimane sempre la stessa. Pertanto, anche il teatro di Dogman è tagliato fuori dal resto dal mondo.

Garrone non solo ha illustrato l’odio luciferino, ma ha anche raffigurato direttamente l’inferno umano come luogo fisico.

Marcello è un Accattone dei giorni nostri. Chiaramente è diverso da Franco Citti, e non potrebbe non essere così. Marcello Fonte risente di questa società schiacciata dai Compro-Oro, dai videogiochi dei bar, dalle moto fiammanti, dalla volgarità imperante. Sono diversi Franco E Marcello pure nel linguaggio. Il romanesco dell’Accattone era chiaro, rumoroso, spesso sorridente, risentiva (ancora per poco) di quell’arcaicità dialettale che ha fatto parte della nostra storia. Marcello Fonte è qualche volta difficilmente comprensibile, ha criticità nella dizione, strascica le parole, ha sempre un sorriso triste: è questo il nuovo uomo delle periferie?

So solo una cosa: Marcello, alla fine del film, si guarda intorno in una scena lunga e terribile ……ma non vede più niente.

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