HUNGRY HEARTS di SAVERIO COSTANZO - Cinema e Psicologia

HUNGRY HEARTS di SAVERIO COSTANZO

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La certezza delirante ed il duplice legame edipico

“Non solo una madre può spendere la propria vita per salvare quella del figlio, ma il suo desiderio sa riconoscere nella particolarità del figlio una differenza assoluta che resiste a ogni universalizzazione anonima”

da “Jacques Lacan – La clinica psicoanalitica: struttura e soggetto” di M. Recalcati

HUNGRY HEARTS (2014) di SAVERIO COSTANZO

Jude e Mina sono una bella, e dolce coppia di New York. Si innamorano subito l’uno dell’Altro, e l’Altro per ciascuno dei due, è un fortissimo punto di riferimento.

Jude, per la paura di perdere Mina che per motivi lavorativi rischia di andare via, vuole assolutamente un figlio da Lei. Ed il figlio concepito cementa il loro rapporto, confermando la chiara intenzione di creare una “famiglia”, pur con la sua peculiarità.

Perché, questo è un punto centrale dell’opera di Costanzo, Jude e Mina non solo vogliono vivere una vita serena, anche se modesta, ma soprattutto lontana dai canoni omologanti propri della società dei consumi, ad iniziare dalla dieta alimentare, priva di grassi animali e vegetali.

Se questa scelta era già dall’inizio del loro rapporto comune ad entrambi, in Mina si accentua durante il corso della gravidanza, evidenziando un forma paranoica nei confronti di tutto ciò che può penetrare, infiltrarsi dall’esterno nel suo mondo. Ad iniziare dai medici che la visitano, dalle apparecchiature diagnostiche che controllano il suo feto, nonché dai loro suggerimenti, che Mina ritiene completamente errati, sull’alimentazione che sta seguendo.

Il diaframma, l’odio, la repulsione verso tutto ciò che è “esterno” rispetto al frutto “interno”, da proteggere a costo della vita, è dovuto alla sua certezza, che diventa poi delirante, che quello che fa Lei è giusto ed il mondo è sbagliato.

E’ dannosa non solo l’alimentazione comune, ma va tenuta distante una società inquinata ed inquinante, che rappresenta un pericolo continuo e minaccioso nei confronti del suo bambino.

Solo un pericolo? No, c’è dell’altro. E quell’altro è il fondamento dell’atteggiamento paranoico di Mina.

Preservare la purezza del loro bimbo, che ha subito la gettatezza (Heidegger), l’esposizione, la fatticità costitutiva in un mondo senza rendersi conto di quello che avviene. E quindi solo la madre, una madre che non vuole tagliare il cordone ombelicale nei confronti del proprio figlio, sa bene quello che è necessario per lui, ciò che è indispensabile per renderlo più forte.

“Io mi fido di me”, dice chiaramente Mina, in uno dei già tesi dialoghi con Jude.

Questa frase svela palesemente l’impianto paranoico di Mina; l’Io rimane intatto, non può dividersi con nessuno, non c’è inconscio, non accetta l’incontro con l’Altro, e quindi degli altri non si può fidare. La sua purezza (anche Mina inizia a dimagrire), come quella di suo figlio sono direttamente proporzionali alla malignità del mondo. E questa chiusura ermetica prelude anche il suo atteggiamento nei confronti di Jude marito-padre: Mina vuole rimanere madre, e non essere più donna. E lo fa capire chiaramente.

Jude, all’inizio accetta l’impostazione alimentare della moglie, ma ad un certo punto, accorgendosi che il bambino non stava crescendo, lo porta da un medico che gli fa comprendere la necessità di dover repentinamente modificare la dieta del bambino. Da quel momento in poi inizia la fase di reciproca diffidenza dei due coniugi che lo alimentano, a modo loro, in momenti diversi della giornata, peggiorando ovviamente la sua situazione fisica. Ed in questo ambito appare la figura della mamma di Jude, fino adesso rimasta nell’ombra, che si accorge di quello che sta avvenendo, spingendo il figlio a salvare il nipote.

E’ l’inizio di una lotta aperta, tra i due coniugi, dove Jude “rapina” il figlio affidandolo alla madre e Mina, approfittando di un gesto di violenza di Jude nei suoi confronti, denuncia quest’ultimo riappropriandosi del bambino.

La fine di questo dissidio è drammatica: sarà la madre di Jude, in un momento di follia, che si recherà fino a casa di Mina per ammazzarla e riprendersi il bambino.

Ma è proprio la fine del film che esalta in tutta la sua portata la sottile impalcatura psicologica che sottende alla medesima.

Il doppio filo edipico, Mina – figlio, suocera- Jude, è il valore aggiunto dell’opera di Costanzo. In tutte le conseguenze.

Mina vuole “proteggere” il figlio, a rischio della sua vita. Il tenore di vita modesto, l’idea delirante che solo la chiusura all’Altro, in tutte le sue manifestazioni, possa rendere forte il figlio nei confronti della vita, va confrontata con l’agiatezza borghese e convenzionale della madre di Jude e con un’impostazione relazionale finalizzata ad evitare la “sofferenza” del figlio attraverso la riappropriazione violenta del bimbo.

L’alterazione del naturale rapporto madre-figlio è la medesima nei due casi ma con una inoppugnabile differenza: Mina non ha mai pensato di uccidere il marito sperando sempre di ricomporre l’ambito familiare a cui teneva; la mamma di Jude, al contrario, non ci pensa su un attimo per scegliere la strada più atroce al fine di rivitalizzare il rapporto con il proprio figlio.

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