IL CAVALLO DI TORINO di BELA TARR - Cinema e Psicologia

IL CAVALLO DI TORINO di BELA TARR

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“Un tempo il sacrilegio contro Dio era il massimo sacrilegio, ma Dio è morto, e così sono morti anche tutti questi sacrileghi.” (tratto da “Cosi parlò Zarausthra ” di FRIEDERICH NIETZSCHE)

IL CAVALLO DI TORINO (2011) di BELA TARR

Nichilismo e Coazione a ripetere: riflessioni sul film

Vi è un legame profondo, tra il cavallo non visibile, ma effettivamente esistito, e citato all’inizio del visionario film di Bela Tarr, ed il cavallo ed il suo cocchiere, indefiniti, con i quali lo stesso film inizia.

Il 3 gennaio 1889, a Torino, Friedrich Nietzsche, in una piazza vicino alla sua abitazione, cercò di difendere, platealmente, un cavallo dalle frustate del suo cocchiere. Quel momento rappresenta per il filosofo tedesco, che più di altri ha “sovvertito” il sistema di pensiero esistente fino allora, l’inizio di un crollo psichico che lo condurrà, progressivamente, ad uno stato di chiusura verso il mondo esterno, fino ad arrivare al mutismo completo. Il secondo cavallo, quello del film, ne rappresenta pertanto la continuazione ideale, trasportando lo spettatore ad una rappresentazione metaforica del pensiero nichilista del filosofo tedesco, che in un tempo ed in un ambiente atemporale palesa tutta la sua essenza.

Il Cavallo di Torino è, simultaneamente, un’opera minimale ed apocalittica. E quindi geniale. Non si può rappresentare l’apocalisse all’interno di una casa di mattoni, con dentro, oltre a vecchi e pochi suppellettili, due persone, un padre ed una figlia, che per tutta la durata del film ripetono le stesse identiche azioni, negli stessi momenti della giornata, con le medesime espressioni e nel quasi costante mutismo. A meno che si voglia rappresentare non un’apocalisse “reale” ma un’apocalisse “mentale”, “interiore”. Quale? Non solo quella rappresentata dallo stesso Nietzsche con la passività nel non-affrontare la nostra esistenza, cioè il fondamento della sua teoria nichilistica, ma anche quella “coazione a ripetere”, mortifera, “demoniaca”, effetto della pulsione di morte, che Sigmund Freud, qualche decennio dopo, avrebbe illustrato in una delle sue ultime opere “Al di là del Principio di Piacere”. Quella coazione a ripetere, volutamente e in molte parti forzatamente evidenziata da Bela Tarr, che incontrerà solo due “pause”. La visita di un avventore, che darà vita ad un monologo intensissimo ed illustrativo della fine che sta per avverarsi, causata dal grado di corruzione umana che ha annientato l’intera società. E la seconda fornita dall’arrivo di una compagnia di zingari (raffiguranti probabilmente lo spirito dionisiaco nietzschiano) che tuttavia verranno immediatamente allontanati dalla casa.

E poi… il lento avveramento dell’apocalisse, provocato dalla stessa natura che “si rifiuta” di aiutare l’uomo. Prima essica il pozzo, poi rende inappetente il cavallo, e poi oscura completamente se stessa. La luce, prima quella naturale, poi anche quella artificiale, svanisce.

E il buio (e non la luce) fu. Il “Dio è morto” di Nietsche si materializza nel film.

Il Cavallo di Torino è un’esperienza visiva, ancor prima che interiore, intensa e, potrebbe sembrare un paradosso, fluida, lineare. Come il senso di morte che aleggia. Quello del colore grigio e delle sue sfumature che predominano, quello dei volti impietriti dei due protagonisti, il loro meccanico ed apatico ripetersi. Il senso di morte che sovrasta sulle loro terrene ed universali, ma nel contempo minime, difficoltà quotidiane, soprattutto quelle esterne, che vedono sempre, quale incessabile ostacolo per tutto lo svolgimento del film, il vento: quel vento che accompagna anche lo spettatore, dalla prima all’ultima scena.

E, logicamente, la morte aleggia, prima di altri, sul cavallo. Quel quadrupede, prima reale, poi ideale, che ha traghettato nella sublime opera d’arte di Bela Tarr, prima il silenzio, e poi il pensiero del più controverso filosofo del XiX secolo.

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