IL VOLTO di INGMAR BERGMAN - Cinema e Psicologia

IL VOLTO di INGMAR BERGMAN

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“Cercherò di aprire il mio volto alla Vostra curiosità”

IL VOLTO (1958) di INGMAR BERGMAN

Per tutta la Sua carriera Ingmar Bergman ha cercato di indagare il senso del soprannaturale. O nella forma religiosa del “Settimo Sigillo”, della trilogia del Silenzio, di “Sussurri e grida”, oppure nella dimensione inconscia ed oscura dell’”Ora del Lupo” o dell’”Immagine allo Specchio”, ha esaminato la relazione incalzante tra l’animo umano e la ricerca di una entità incomprensibile che fosse in grado di offrire una speranza a quella indefinitezza propria dell’uomo, alla sua esposizione congenita ad una dimensione, quella terrena, non richiesta. Una speranza, una forma di argine alla malattia mentale, alle ingiustizie, ai dubbi atavici sulla nostra esistenza.

“Il volto” del 1958 segue in pieno questo percorso ma conferendogli, pur nella metafora dell’illusionismo, un significato così attuale che oggi sconcerterebbe: la forza spiazzante dell’incognita rispetto alle certezze umane.

Ma il Volto è anche, personalmente, l’opera più complessa di Bergman, soprattutto per alcuni dubbi interpretativi che lascia allo stesso spettatore.

Albert Manuel Vogler è un strana ed ambigua figura: illusionista, quindi consapevole di utilizzare la finzione per poter sorprendere, segue anche le teorie del magnetismo animale, una particolare forma di scienza che si fonda sul potere dell’uomo di influenzare azioni e comportamenti si altri suoi simili. Insieme alla moglie Manda, al presentatore Tubal, alla nonna, e al giovane aiutante, porta in giro il suo spettacolo, imbattendosi un giorno in un palazzo dove incontrano un medico, il dr. Vergerus, un alto funzionario di Polizia, un Console e la sua coniuge.

Due perfette squadre contrapposte: l’illusionismo da un lato ed il potere convenzionale dall’altro.

Vogler e Vergerus sono i protagonisti di questo scontro. Vogler si trincera dietro un volto indefinibile ed un apparente mutismo, quali esclusivissime armi per infondere nell’interlocutore quel senso di timore, di distacco, di attesa, di dubbio sui suoi reali poteri. Ma quella di Vogler in realtà è solo una maschera, palesando la sua emotività e dolcezza nell’abbraccio all’attore morente conosciuto durante al viaggio o nei pugni rabbiosi protesi verso il vuoto per non poter veramente utilizzare quei poteri che può solo spettacolarizzare.

L’altezzosità arrogante di Vergerus, al contrario, è l’immagine diretta non solo della propria casta di appartenenza, ma soprattutto della certezza che solo la scienza, figlia privilegiata della ragione, possa spiegare fenomeni che altrimenti – ecco il profilo della tracotanza assolutista– non devono (no non possono!!) essere spiegati.

Ma il potere qui, e come sempre, ha due volti. All’intolleranza ermetica del medico e del “capo” della Polizia si affianca il possibilismo del Console e soprattutto quello della sua coniuge sfrontatamente attratta dal mistero che aleggia su Vogler con cui spera di ricevere quelle risposte che dalla morte della sua bambina non ha più ottenuto.

Come ogni confronto che si rispetti vi è una sfida, anzi più sfide, dove il dottore vuole dimostrare a tutti, puntualmente umiliandolo, che Vogler è solo un impostore. E se nella sfida della lievitazione Vogler viene scoperto, in quella della ipnosi della moglie del funzionario della Polizia e soprattutto della catena magica con cui viene legato un servo di quella casa, dimostra di essere in possesso realmente di poteri soprannaturali. “Realmente”? Bergman ci vuole allora nutrire del suo identico dubbio sull’esistenza di fenomeni che la scienza non riesce a comprendere?

Lo scontro finale che ci offre il regista svedese è esaltante, macabro, oscuro, con evidenti venature gotiche. Volger si fingerà morto, sostituirà sé stesso con il cadavere del suo amico attore, per consentire a Vergerus di esaltare la sua scienza, sezionando il corpo che lui presume sia quello dell’illusionista, ma divenendo esso stesso vittima di una serie di trucchi inquietanti ove infine, terrorizzato, ammetterà la sua sconfitta: aver creduto, anche solo per un attimo, a qualche cosa che non può essere spiegato.

Ma è il finale il vero obiettivo dell’opera di Bergman.

Vogler, senza trucco, spavaldo, e soprattutto oramai privo di quell’atteggiamento misterioso ma anche dignitoso che lo aveva caratterizzato e fatto rispettare da tutti, chiede spudoratamente un compenso per gli “spettacoli” di cui Lui si è reso protagonista.

E così Ingmar Bergman, pur rifacendosi a vicende autobiografiche, pone al centro dell’attenzione dello spettatore la bivalenza che la maschera umana può avere. Entità misteriosa, trascendentale, quella che Vogler con il suo volto truccato ha cercato di infondere ai suoi scettici spettatori. Entità naturale, buffonesca, umiliante, quella con cui svelata la finzione lo stesso Vogler palesa agli stessi spettatori, deludendo, o addirittura offendendo chi aveva creduto in Lui.

Bergman ci pennella, attraverso un volto, una maschera, la diversa percezione che la stessa persona può avere nei confronti del suo interlocutore e che non si fonda sulla maschera in sé, ma su quello che noi, in quel momento, in quel tempo, in quello stato d’animo, vogliamo scorgere, scrutare. Ecco perché, scena finale, diviene naturale che un potere ancora più elevato, quello regio, chieda di voler assistere, malgrado tutto, allo spettacolo di Vogler.

Morale?? La verità può essere un bene talvolta trascurabile rispetto a quello che vogliamo per forza vedere. Grazie Bergman.

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