L'ETA' DELL'INNOCENZA di MARTIN SCORSESE - Cinema e Psicologia

L’ETA’ DELL’INNOCENZA di MARTIN SCORSESE

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“Ma avevo appena sfiorato il primo bottone dello stivaletto che il petto mi si gonfiò, colmo d’una presenza ignota, divina, fui scosso dai singhiozzi, lacrime mi grondarono dagli occhi. L’essere che accorreva in mio aiuto, che mi salvava dall’aridità dell’anima, era lo stesso che, parecchi anni prima, in un momento di sconforto e di solitudine identici, in un momento in cui non ero più io, era entrato e m’aveva restituito a me stesso, giacché era me e più di me” (stralcio da “Le Intermittenze del Cuore” in Sodoma e Gomorra di Marcel Proust da “La Ricerca del Tempo Perduto”).

L’ETA’ DELL’INNOCENZA (1993) di Martin Scorsese

Le intermittenze del Cuore: Riflessioni su una scena del film

Cosa sono le “intermittenze del cuore”, così chiamate da Marcel Proust?

Sono dei soprassalti, dei balzi fisici, temporali, anche di pochi secondi, incomprensibili, che avvengono quando per effetto della memoria involontaria, un odore, un profumo, un qualsiasi movimento fisico, un colore, un paesaggio, una persona, fanno riemergere, non mentalmente, ma “fisicamente”, un momento della nostra vita effettivamente vissuto, consentendo di “rientrare” in quell’attimo.
Nel passo di prima, estratto da “Sodoma e Gomorra”, Marcel si siede sul letto della camera dove qualche anno prima aveva trascorso le vacanze con la nonna poi deceduta. Nel momento in cui si siede, e sfiora il bottone dello stivaletto per toglierlo, senza spiegarsi come sia possibile, “risente” fisicamente la propria essenza di quando era con la nonna, provocando, questa intermittenza, un balzo fisico, reale, un dolore fortissimo.

Conosciamo bene la sublime e struggente storia di Newland (Daniel Day Lewis) ed Ellen (Michelle Pfeiffer) di “l’Età dell’Innocenza”. Voglio solo soffermarmi su una scena. L’ultima. L’intermittenza del cuore di quel capolavoro.

Newland aveva fatto scegliere al destino se rompere il rapporto convenzionale, fortemente condizionato dalla borghesia newyorkese del tempo, con la moglie May e vivere il resto della sua esistenza con l’amata Ellen.

Quindi, ha lasciato al fato la scelta di una vita intera. Lo ricordiamo bene questo momento.
Se davanti al lago illuminato dal sole di quel giorno Ellen si sarebbe voltata verso di Lui prima che il veliero avesse superato un punto, Newland, avrebbe scelto Ellen per il resto della sua esistenza.

Ma Lei, non si voltò.

Dopo moltissimi anni, e deceduta la moglie, quindi libero, Newland per caso viene a sapere dal figlio che Lui conosce Ellen, e raggiungono la sua abitazione. Ma manda solo il figlio a salutarla. Lui resta giù, sotto la sua finestra.

La finestra si muove leggermente….quanto basti affinché il riflesso della luce abbagliante sul vetro riporti fisicamente, accecandolo, Newland anni fa davanti alle onde luccicanti, quando, con un identico raggio di sole riflesso, vide il suo amore sfuggire per sempre. L’intermittenza del cuore.

Il capolavoro nel capolavoro. Scorsese, sovrapponendo i due identici raggi abbaglianti, fa sbalzare Newland nella stessa dimensione di tantissimi anni prima pur lasciandolo fisicamente lì sotto la finestra di Ellene.

Non penso che ci sia scena cinematografica migliore per dimostrare l’esistenza del fenomeno illustrato da Proust: rientrare nella scelta essenziale, ma tragica, forse assurda, di una vita, grazie ad un semplice raggio di sole abbagliante.

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