PRIMO AMORE di MATTEO GARRONE - Cinema e Psicologia

PRIMO AMORE di MATTEO GARRONE

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Imbalsamazione e cesellamento dei corpi: riflessioni

PRIMO AMORE (2004) di Matteo Garrone

La grande capacità di un regista è quella di rappresentare delle storie strutturate sulla base di precisi percorsi narrativi, dotati di un propria caratterizzazione socio-psicologica, pur all’interno di localizzazioni geografiche ed ambientazioni completamente differenti. Come il caso del film “Primo Amore” rapportato al precedente “L’imbalsamatore”, opera che sicuramente ha mostrato al grande pubblico le indiscussi doti di Matteo Garrone.

Primo Amore è ambientato totalmente nel vicentino, quindi ben lontano da quel litorale casertano territorialmente degradato, che era la caratteristica paesaggistica del precedente “L’Imbalsamatore”.

E’ invece analogo il rapporto di fascinazione che sussiste tra i due principali protagonisti. Se nel film del 2002, Valerio era attratto dalla figura dell’omosessuale Peppino, pur non ricambiando i suoi approcci, qui la figura seduttrice è affidata a Vittorio (Vitaliano Trevisan) mentre quella soccombente è di Sonia (Michela Cescon).

Vittorio e Sonia si conoscono tramite un appuntamento al buio, e molto lentamente, malgrado l’iniziale scontrosità del primo si cominciamo a frequentare ed innamorare.
Vittorio ha un deficit psichico, in quanto non riesce a realizzare il carattere unitario del corpo fisico e della mente, che secondo lui dovrebbero essere separati con totalizzante prevalenza della seconda sul primo. 
Questo patologico diaframma comporta che il corpo deve essere ridotto al minimo, modellato solo nella sua essenzialità, depurato da tutte le scorie che possano danneggiarlo: esattamente come il lavoro di orafo che lui svolge nel laboratorio di sua proprietà, come era un laboratorio quello dell’imbalsamatore.

Questa fobia di Vittorio si trasmette anche a Sonia, spingendola, malgrado non ci sia bisogno, a perdere peso. Sonia accetta all’inizio questa scelta, che quindi è inizialmente condivisa, ma che poi comincerà ad essere, passando i giorni, sempre di più opprimente, obbligandola quasi ad un regime alimentare rigorosissimo. Sonia, ad un certo punto, da un lato conferma a Vittorio che sta seguendo questa rigida dieta che si è imposta, ma dall’altro comincia di nascosto a violarla sistematicamente.

“Primo amore” non è pertanto un film sull’anoressia, come erroneamente è stato interpretato, in quanto la scelta iniziale di Sonia è quasi imposta e non spontanea (come è essenziale nell’anoressia), ed in ogni caso non verrà rispettata. Ma ha un suo significato molto più pregnante, e sotto molti versi simile all’Imbalsamatore.

Come nella precedente opera di Garrone lo svuotamento del corpo dell’animale dalle viscere della diffidenza e del degrado circostante personificava la volontà per Peppino di voler imbalsamare il suo legame con l’ignaro Valerio, similmente qui lo scopo di Vittorio di “modellare”, “cesellare” il corpo di Sonia costringendola all’anoressia, esemplifica la sua volontà di esasperata possessione, il tentativo di espropriare, sottrarre, tutto ciò che circonda quella mente, quale unico obiettivo del suo folle progetto.

“Primo amore” non è un film semplice. 
Anche qui predomina nella percezione dello spettatore lo stile dialogico di Garrone, che è una costante di tutta la sua filmografia: gli attori non-attori parlano, discutono, riflettono come la gente comune, in maniera diretta, lontanissimi da un approccio linguistico cinematografico tradizionalmente inteso. E questa naturalezza espressiva, unita all’utilizzo di un forte cadenza linguistica della provincia di appartenenza, assorbono immediatamente il fruitore nell’intensità della storia che i protagonisti vivono.
Caratteristica dell’opera sono inoltre I dialoghi, freddi, apatici, come l’impassibilità di Vittorio, che fanno solo da contorno ad ambienti, soprattutto domestici, gelidi, scuri.

Il film, pertanto, si dota di una componente psicologica molto più pregnante di quella dell’Imbalsamatore, ed il viaggio infernale fino all’epilogo di Sonia, anche con i suoi grotteschi siparietti, ne rappresenta l’essenza. In ogni caso, una ulteriore prova della capacità di Garrone di sapersi imporre come un regista molto, molto originale, soprattutto se rapportato al panorama nazionale.

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