Recensione di Mr. Beaver - Cinema e Psicologia

Recensione di Mr. Beaver

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In questo film si affronta l’incubo della depressione e lo si affronta attraverso il ritratto di Walter Black. Walter Black, interpretato nel film da Mel Gibson, è un comune uomo adulto americano di successo: è sposato con una donna, Meredith (interpretata da Jodie Foster), anche lei professionalmente realizzata, ed è padre di due figli, Harry ancora piccolo e Porter, adolescente ormai quasi indipendente.

Nell’ultimo periodo della sua vita Walter è caduto in depressione. Anche a causa della perdita di fiducia in sé stesso le sue azioni dell’azienda di giocattoli di famiglia stanno scendendo ai minimi storici, frequenta uno psicoanalista da tempo e gli sono stati prescritti diversi farmaci.

Nonostante numerosi tentativi tra cui lo yoga e i libri di miglioramento personale non trova dentro di sé la forza per reagire e passa così maggior parte del suo tempo dormendo trascurando così sia il suo lavoro che i suoi affetti familiari.

Tutto ciò che circonda Walter finisce per risentire degli effetti della sua depressione, in modo particolare la sua famiglia: il figlio più piccolo, Harry, che non riceve più le attenzioni del padre, perde la sua naturale vivacità e a scuola viene preso di mira dai bambini più prepotenti; il figlio maggiore, d’altro canto, dopo aver osservato il fallimento del padre, pone una maniacale attenzione a tutti i gesti involontari che lo rendono simile a lui con la determinazione di liberarsi da ognuno di essi; la moglie, infine, dopo aver provato a sostenere il marito in tutti i modi decide di cacciarlo via di casa.

Lasciandosi andare sempre di più alla depressione Walter si ritrova ubriaco sul davanzale di una stanza di hotel con un castoro pupazzo infilato sul braccio e proprio quel pupazzo, animato dall’ultimo residuo delle sue forze, lo desiste dal suicidio.

All’indomani dell’episodio Walter ed il pupazzo, Mr. Beaver, stringono un patto nel quale si ripromettono di fare tabula rasa della vita di Walter pur di migliorare le cose. Con effetto immediato è Mr. Beaver a riprendere in mano le redini della situazione: niente più farmaci né libri di miglioramento personale o sedute analitiche per Walter, solo un biglietto in tasca che dichiara di essere in cura presso il Dottor Beaver per una terapia riabilitativa estrema come biglietto da visita da mostrare a chiunque voglia chiedere spiegazioni.

Nel giro di non troppo tempo quello tra di loro si rivela essere un patto col diavolo. Walter infatti riesce a riprendere possesso di tutto ciò che aveva chiesto: la casa, la famiglia, l’ammirazione dei colleghi e perfino una grande fama a livello mediatico… ma per tutto questo c’è un prezzo.

Col tempo l’identità del pupazzo andrà a sostituire completamente quella di Walter che così dovrà rinunciare a poter esprimere se stesso e le proprie emozioni. Il pupazzo arriva persino a dichiarare di essere vero e non essere soltanto un personaggio inventato da Walter. In questa farsa ogni volta che qualcuno o qualcosa prova a ricordare a Walter il suo passato e l’uomo che era una volta non c’è modo per Walter di esprimere il proprio disagio o per lasciare che qualcun altro lo aiuti perché è sempre il pupazzo a riprendere il controllo della situazione e di fatto non viene mai affrontato in termini sinceri e onesti l’argomento della sua passata depressione.

Così facendo Walter riguadagna l’affetto di suo figlio e torna perfino a dormire in casa con la moglie, salvo poi essere di nuovo lasciato da lei.

Anche il successo e la fama presto si rivelano essere passeggeri perché l’azienda, dopo una vertiginosa impennata delle vendite di un nuovo prodotto, subisce un declino che la porta nuovamente sul lastrico.

Durante tutto il periodo dell’ascesa di Walter, anzi, dell’ascesa di Mr. Beaver, l’unico a rimanere scettico nei suoi confronti è il figlio maggiore Porter che nel frattempo vive una delusione con Norah, cheerleader del liceo che frequenta Porter con la quale cerca di instaurare una relazione.

In un episodio che porta i due giovani ad essere arrestati Porter tira fuori tutta la rabbia nei confronti del pupazzo ma il padre reagisce in difesa di Mr. Beaver e proprio a questo punto Meredith decide di lasciarlo solo, proprio per proteggere i propri figli.

La separazione dalla sua famiglia questa volta è ancora più dolorosa per Walter che si rende conto del conflitto che vive tra lui ed il pupazzo: mentre l’uomo è ancora legato ai suoi affetti Mr. Beaver gli suggerisce di liberarsi della sua stessa famiglia, sostenendo che non ne abbia bisogno e che lui è l’unico a capirlo davvero.

Nel film il conflitto interiore tra questi due lati della sua personalità vengono rappresentati brillantemente in uno scontro fisico tra Walter ed il castoro che si fronteggiano in una lite molto violenta. In questa lite però nessuna delle due parti può uscire vincitrice rimanendo illesa: il pupazzo, pur essendo dotato di una sua volontà, non può vivere senza il sostegno di Walter e Walter, d’altro canto, non sa affrontare autonomamente la sua vita senza l’aiuto del pupazzo.

Walter è costretto a questo punto, per uscire vittorioso dallo scontro e per tornare ad essere se stesso, ad un vero e proprio sacrificio.

Dopo questo episodio drammatico il film arriva al suo epilogo.

Pur non essendo mostrata nel film la causa scatenante della depressione di Walter vengono affrontati molto profondamente alcuni importanti risvolti di essa che aprono ad alcune riflessioni.

Per chi è sensibile a questa tematica in questo film si vede in maniera eclatante come l’assenza di un padre in una famiglia può avere conseguenze molto profonde per ogni membro di essa. Io personalmente avevo il pianto rotto dai singhiozzi la prima volta che l’ho visto e nuovamente ho pianto numerose altre volte rivedendolo.

Un altro tema interessante è l’incontro-scontro tra il padre e il figlio in età adolescenziale che smette di vederlo come un mito, inizia a odiarlo per i suoi fallimenti per poi successivamente riconciliarsi con lui.

Da un punto di vista più ampio emerge un conflitto tra le nostre necessità emotive più profonde e ciò che ci propone di essere il mondo esterno. Il protagonista infatti, come anche noi, vive in un mondo che premia abbondantemente chi è vincitore, spesso nonostante i mezzi che usa e nel caso di Walter viene fatto di un meccanismo di reazione alla depressione un fenomeno mediatico, un mito.

Non solo la strategia della maschera del pupazzo si rivela a lungo termine illusoria ed inefficace ma essa richiede un ulteriore episodio drammatico.

Come viene espresso nel finale del film la società in cui viviamo non ci offre davvero la protezione da ogni forma di sofferenza come vorrebbe invece farci credere; una certa dose di sofferenza è anzi inevitabile e sembra non esserci alcuna soluzione ad essa.

In effetti le soluzioni proposte dalla società contemporanea (psicoanalisi, libri motivazionali, corsi di crescita personale…) possono rivelarsi inadeguate e nella vita quotidiana poco spazio rimane per affrontare queste difficoltà: mancano dei riti o dei luoghi adibiti alla rielaborazione di lutti, delusioni e alla riabilitazione dopo forti traumi psicologici personali.

Mentre l’attenzione di tutti è rivolta ai mass media, alla fama, alla ricchezza e alla rincorsa al successo come garanzia per una vita perfetta il film sussurra nelle orecchie del pubblico una soluzione diversa: le relazioni affettive che stringiamo l’un l’altro possono portare un conforto nella nostra solitudine ed un nuovo ideale per ciò che costituisce una vita ben vissuta.

Marco Longaretti, 23 anni, studia Fisica presso l’Università di Milano, Bicocca. Appassionato di cinema, spesso curioso di capire il significato dei film.

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