I tempi della depressione

il tempo non passa mai e devo chiedere continuamente che ore sono perchè il tempo si è fermato. Non c’è più ieri nè oggi.Tutto è fermo, e non c’è nessuna modificazione in atto. non ci sono differenze tra mattino e sera. Il mondo è cambiato, e sono cambiate le cose.Mi sembra di non avere sentimenti, e nemmeno interessi” (testimonianza di Angela- da “Il tempo e la vita” di Eugenio Borgna),

No George. E’ inutile fissare le lancette dell’orologio del tuo Ufficio. Non si muovono. Sono bloccate come la depressione che ti sta uccidendo, esattamente dal momento in cui è morto 8 mesi fa la tua essenza, l’unica ragione di quella parte della tua vita che è durata 16 lunghi anni: il tuo compagno Jim.

Eugenio Borgna, nel suo bellissimo libro “Il tempo e la vita”, declina, in alcune determinate fasi fisiologiche e patologiche della nostra esistenza, la frattura che naturalmente esiste tra il tempo dell’orologio e quello dell’Io, ed il perchè la percezione soggettiva del tempo che passa non potrà mai essere simultanea al trascorrere reale dello stesso.

Tra le pagine più interessanti del libro lo psichiatra di Borgomanero le dedica proprio alla depressione in base alle esperienze cliniche (come quella sopra riportata) che ha vissuto nella sua carriera professionale e che sono certamente illuminanti per comprendere lo stato di George Falconer, docente in cui un college californiano, e principale interprete di “A single Man” di Tom Ford.

Il tempo non riesce ad andare avanti. Non esiste futuro, George non riesce a realizzare e superare il trauma subito, Jim gli è sempre davanti, quale fantasma dei tempi passati insieme, dei loro baci, dei loro corpi.

Presente e passato si fondono in uno stato diabolico, inamovibile, che non lascia spazio ad altro, se non porre fine alla sua inutile esistenza. Che senso ha il domani. Cosa c’è nel domani che può suscitare la curiosità di attendere un dopodomani, il prossimo mese, il prossimo anno.

Le difficoltà relazionali si incancreniscono, si prova fastidio nel ripercorrere quella quotidianità esistenziale che scandaglia i nostri giorni. Si ha difficoltà nel reggere gli sguardi spesso ipocriti di chi vuole compatirti, o nel ripetere le note frasi convenzionali che comuque, frequentando certi ambienti sociali e lavorativi, sei costretto svogliatamente a ripetere.

Per questo George tenta debolmente di reagire nei termini esattamente opposti: nel fare complimenti alla segretaria mai fatti prima, oppure prendendo lo spunto da una frase di uno scrittore, durante una lezione di letteratura, per scomporre la figura della paura con chiari attacchi al sistema del tempo. Ma sono momenti episodici, come quando incontra la sera a cena la sua ex moglie Charlotte, dove apertamente si rinfacciano le rispettive responsabilità nell’aver fatto naufragare il loro matrimonio.

Proprio quel dissidio verbale rappresenta tuttavia il momento più importante dell’intera opera nel dimostrare che l’amore per un altro uomo non è un momendo saltuario, non è un “surrogato”, come lo definisce Charlotte rispetto all’amore eterosessuale, ma può sublimare la passione umana come qualsiasi altra passione.

George prepara meticolosamente la sua fine. Distribuisce su un tavolo in maniera ordinata le lettere di addio, i beni personali, ma non riesce a premere il grilletto della sua pistola contro di sè.

E come avviene in tutte le forme depressive, solo un evento che ripristini la fiducia nel futuro può consentire il rianimarsi di quelle lancette ferme da tempo. A maggior ragione se quell’evento ha la stessa natura di quella la cui fine aveva provocato l’inizio della fase depressiva: l’incontro con un nuovo amore.

Kenny Potter è uno studente del corso che aveva chiesto il suo numero di telefono alla segreteria. E già nei suoi sguardi nei confronti del professore nel college si intuisce la voglia di conoscerlo meglio. Si incontrano nello stesso bar dove 16 anni prima George aveva incontrato Jim. Prima un intenso colloquio tra i due uomini, poi una nuotata al mare, in quell’acqua argentata dai riflessi della luna.

Kenny, a casa di George, capisce che voleva suicidarsi e gli nasconde la pistola. E George , da quel piccolo ma fondamentale gesto rinasce, perchè comprende che il senso della vita riposa nell’essere amato e Kenny aveva compreso (ecco perchè lo cercava) l’abisso depressivo in cui era precipitato George.

Non svelo il finale, mi basta tuttavia dire che la nella vita bisogna comunque tener conto, come George e Kenny si erano profeticamente detti al bar, che la morte è solo differibile ma è l’unica cosa che unisce tutti gli uomini.

Film estremamente raffinato, finemente ambientato nei primi anni ’60 in America (chiara l’impronta di Tom Ford quale stilista), è contestualmente asettico, freddo, col chiaro obiettivo di infondere nello spettatore il vuoto della depressione. George conserva per tutta la durata del film, una maschera, di uomo completamente assorto nel passato che guarda indifferente il presente, Ma A single man è anche un film permeato da un forte esistenzialismo dialettico che emerge continuamente in ambienti convenzionali.

Colin Firth, un attore già imponente in tutte le sue interpetazioni, supera se stesso. Il film è Lui, George,

La tenerezza romantica tracciata su un viso malinconico, affranto, supplichevole, ti guarda con l’insofferenza di chi non ha futuro e nel contempo è stanco di affrontare il presente ed il suo inutile ripetersi.