Aguirre furore di Dio (titolo originale Aguirre, der Zorn Gottes Germania Ovest, 1972). Regia: Werner Herzog. Interpreti principali: Klaus Kinski, Helena Rojo, Del Negro, Ruy Guerra, Peter Berling, Cecilia Rivera, Alejandro Repulles

Nel dicembre del 1560 una spedizione del re di Spagna si reca nella foresta amazzonica alla ricerca di un territorio misterioso e pieno d’oro, ribattezzato El Dorado. Guidato da Gonzalo Pizarro, fratello minore del conquistatore dell’impero Inca, a causa dell’impossibilità di procedere nella foresta a inizio gennaio il gruppo si divide: quaranta uomini, utilizzando quattro zattere, proseguiranno lungo il fiume per procurarsi nuovi viveri; gli altri li attenderanno nella foresta per dieci giorni, dopodiché saranno considerati dispersi. A capo di questa nuova spedizione viene posto Don Pedro de Ursùa; con lui Lope de Aguirre, soldato violento e attraversato da lampi di follia, il frate Gaspar de Carvajal, dalle cui pagine del diario si ipotizza sia stata ricavata la trama, il nobile Don Fernando de Guzman, oltre a soldati e indios; con loro anche due donne: Inez, moglie di Ursùa; e Flores, figlia di Aguirre.

Nella lunga sequenza iniziale indios e conquistadores scendono lungo un sentiero ripidissimo e scivoloso addossato a montagne maestose immerse nella nebbia. I temi cari a Herzog si intravedono già in questo incipit: la natura, maestosa e indifferente; e l’uomo con il suo desiderio di dominarla, irrimediabilmente votato alla sconfitta. Qualcosa di simile accadde tra Werner Herzog (regista, produttore, soggettista e sceneggiatore del film) e Klaus Kinski, attore folle e uomo di accessi d’ira violenti e furibonde litigate sul set. Un rapporto conflittuale eppure necessario a entrambi, un sodalizio unico di amore-odio di cui resta testimonianza nel docufilm “Kinski, il mio nemico più caro”, girato da Herzog nel 1999. Siamo al polo opposto del sodalizio tra Fellini e Mastroianni, votato a una quieta e pigra complicità tra maschi, o a quello tra Truffaut e Jean-Pierre Léaud, una paternità surrogata dalla celluloide. D’altra parte per riuscire a lavorare con Kinski bisognava essere folli quasi quanto lui, e investire il proprio intero patrimonio in imprese epiche, al limite delle possibilità umane: riuscire a girare con una troupe di sole otto persone in un ambiente sconosciuto e ostile, lontano da ogni supporto logistico, basandosi su una sceneggiatura scritta in un giorno, nata dalla suggestione di una sola pagina di un diario. Un film girato senza storyboard, con scene girate nell’esatta sequenza in cui sarebbero state montate, per la maggior parte ambientato su zattere alla deriva sulle acque di un fiume impetuoso.

Lungo la discesa del fiume la spedizione perde uno a uno i suoi componenti: uccisi dalle frecce degli indiani, dalla spada dei commilitoni, o scomparsi nella foresta. Più gli uomini avanzano verso un abisso sempre più certo, più la follia del loro condottiero vede un impero glorioso da conquistare e una razza pura da fondare per un nuovo mondo di gloria. All’inizio è l’oro, strappato dal collo di un indio, a guidare il desiderio degli uomini in armi. Ma è un miraggio che non basta a placare la loro brama di potere.

Marcello e Federico si sarebbero fatti una birretta, soffermandosi su crisi creative e fondoschiena femminili. Avrebbero cercato l’amore. Werner e Klaus invece sono andati dritti verso una gloria impossibile e quindi la morte. Una weltanschauung opposta, ma in grado di creare capolavori pur seguendo strade diverse: storie originali, film eccentrici oggi impossibili da produrre, e quindi ancor prima da ideare.

Continuiamo a essere grati a questi artisti. E non vediamo, non sappiamo né vogliamo vedere le incoerenze drammaturgiche o un recitativo talvolta sommario: non è l’analisi stilistica ciò che ci tocca dentro, ma le emozioni date dal desiderio della creazione, da un’idea di vita che va ben al di là del trittico produci-consuma-crepa nel quale siamo sempre più immersi. E che ci offre un’ancora cui aggrapparci per uscire dalla ruota del criceto e ricordarci che un’altra vita, molte altre vite, continuano a restare possibili.