Virgilio, durante il suo cammino nel quinto girone dell’Inferno, indica a Dante delle persone immerse nella palude dello Stige, pantano dove gli iracondi, si picchiano tra di loro con tutto il loro corpo: mani, piedi, testa e denti.

L’ira che rende i corpi tremanti, vacillanti, impauriti. Indemoniati. Come le anime che li possiedono, li governano, li sfiniscono in un turbinio di caos, sangue e morte: questo è “Diabel”.

Andrzej Zulawski, nell’esacerbare la sua visione dell’apocalisse umano, già presente nel precedente “La terza parte della notte”, gli conferisce, ancora una volta, una precisa collocazione ed ambientazione storica. In questo caso la Polonia della fine del ‘700, invasa e devastata dall’esercito prussiano, e dove un giovane uomo, Jacub, condannato a morte per tentato regicidio, viene fatto fuggire dal carcere da un essere ambiguo, in cambio di una sola ed unica condizione: ritornare a casa accompagnato da una suora.

In questa lunga e tortuosa odissea infernale, tra palazzi regali, case sventrate, paesaggi aridi ed innevati, Jacub incontra una compagnia di attori; si reca in un castello e vede la sua compagna ingravidata da uno dei suoi amici cospiratori; ritorna alla casa paterna e trova il padre morto suicida per ldisonore provocato dall’azione del figlio; trova la sorella, invasata ed in balia del fratellastro; viene a sapere che la madre si sta prostituendo, la trova e cerca di avere un rapporto con Lei.

In tutti questi momenti appare e scompare l’oscuro personaggio che ha aiutato Jacub prima a fuggire, e che ora, presagendo, come solo un demone è in grado di percepire, la sua rabbia nel vedere il proprio mondo affettivo devastato, gli trasfonde diabolicamente la reale sensazione di essere stato tradito, offrendogli il proprio ausilio per realizzare la sua folle volontà epurativa.

“Diabel” è strutturato sull’energia visiva ed esasperata dei corpi allucinanti di Zulawski, che con quest’opera anticipa gli inquietanti movimenti epilettici di “Possession”. Del corpo dell’inquieto Jacub, di quelli delle bellissime ed algide fidanzata e sorella, di quello della conturbante madre e del cinico Diabel, di quelli degli amici cospiratori e del fratellastro. E della altrettanto foresta di assurdi personaggi che incontra, desidera e/o uccide, nel suo cammino.

Ma tutto questo ha come centro nevralgico, calamitante, l’odio di Jacub. Il romantico Jacub in-s -contra ed assorbe un mondo decadente e perverso, lontano dai melanconici e dolci ricordi della sua casa, restituendogli quel rancore di cui diviene progressivamente e fisicamente colmo.

L’osmosi continuamente ripudiata ma necessitata tra Lui ed il Diavolo è qualche cosa di più pregnante: il demone è l’Altro che è in Lui, è il grande Altro che anche se finalizza tutta la sua impresa, alla fine del film, nel consegnare ai prussiani l’elenco dei cospiratori che hanno aiutato Jacub nel tentare il regicidio, mette a disposizione la Sua opera, il suo ausilio nel consentirgli di riuscire nella sua tragica impresa.

Cospirazione, tradimento, vendetta: Ira. Peccato infernale che nella visionaria opera di Zulaski prendono origine da una vicenda personale e familiare, per confluire verso una più ampia, implicita, riflessione su un popolo e sulla sua storia che, qualche anno dopo il film muterà, ancora una volta, il suo destino.

Diabel è un capolavoro. Censurato per moltissimi anni, è un capolavoro per la fotografia magnetica, viva, che risalta veri e propri acquerelli naturali ed umani. Un capolavoro per una colonna sonora ossessiva e allucinogena che segue, senza sovrapporsi, alle trascendentali immagini. Un capolavoro per le modalità di ripresa, che consentono nell’allungare i fondamentali piani-sequenza, di imprimere agli stessi quella tragicità esasperata nei dialoghi, negli sguardi, nei movimenti, individuali e collettivi, che “strozzano” lo spettatore immerso nel dramma di Jacub: ma soprattutto di magnificare quei corpi, bellissimi o terrificanti, che riempiono la palude Stigia della nostra anima.