E respirare normalmente (titolo originale Andið eðlilega, Islanda, Svezia, Belgio, 2018). Regia: Isold Uggadottir. Interpreti principali: Kristín Þóra Haraldsdóttir, Babetida Sadjo, Patrik Nökkvi Pétursson, Kolbeinn Arnbjörnsson, Þorsteinn Bachmann, Sólveig Guðmundsdóttir

Il cielo d’Islanda è grigio, la pioggia frequente, il sole, quando c’è, è sempre basso. Le inquadrature raccontano di quartieri popolari accanto all’aeroporto, auto troppo usate, reticolati che si perdono all’orizzonte, distese di lava macchiate di ciuffi d’erba piegati dal vento.

Lara è una madre presente e affettuosa, ma la vita le sta andando a rotoli: alla cassa del supermercato non riesce a raggiungere la somma necessaria a pagare il conto e deve lasciare lì un prodotto. Eldar, suo figlio, desidera un gatto, e anche se il prezzo è troppo alto per le sue possibilità, l’addetta del negozio le viene incontro. Le scene sono brevi, i dialoghi scarni, dietro le parole non dette si intuisce un periodo molto difficile, conseguenza forse di scelte passate sbagliate. Ma ora Lara è in prova all’aeroporto internazionale di Keflavik e questo lavoro è la sua ultima possibilità di riscatto. E proprio mentre assiste una guardia di frontiera al controllo passaporti, scopre che una passeggera diretta a Toronto ha un documento che sembra essere contraffatto. Così, in seguito alla segnalazione di Lara Adja, originaria della Guinea-Bissau, viene arrestata, processata e infine alloggiata temporaneamente in un centro di prima accoglienza in attesa del decreto di espulsione.

E’ uscendo da lì, in una mattina di vento, che trova Eldar e il suo gatto che si erano persi, dopo aver dormito la notte nell’auto della madre. Dopo l’ultima caduta, uno sfratto che la costringe a dormire in auto con il figlio e il gatto in attesa di una nuova sistemazione temporanea, Lara prova a mantenere una normalità con suo figlio e con il lavoro, ma è sempre più difficile. Adja le viene in aiuto e le offre ospitalità nel suo alloggio temporaneo. Tuttavia l’efficientissima giustizia islandese sembra non darle alcuna possibilità di proseguire per il Canada e Adja aspetta solamente il decreto che la obbligherà al rimpatrio, “Sono le regole”, le dicono tutti: avvocato, assistente sociale, poliziotti, le regole a cui una società moderna ed efficiente deve sottostare. Perché le regole garantiscono un ordine almeno apparente in questo fazzoletto di lava appoggiato nel nord dell’Atlantico, battuto dai venti polari e attraversato da pioggia e vento.

Ma le persone sono migliori delle organizzazioni di cui fanno parte. Sono disposte a venire incontro, a volte anche a chiudere un occhio, perché riescono a intuire che ogni storia è differente dall’altra, e ogni persona, anche se ha sbagliato, merita un’altra opportunità. Nel tepore della camera che condividono insieme al bambino, con la luce di un lampione che le illumina anche in piena notte, avvolte da scialli e coperte, Adja e Lara intrecciano i silenzi delle loro storie, sfiorandosi in un inglese che Eldar non può capire.

E’ un film sull’aiuto, quello che ci ostiniamo a non chiedere perché “ce la faccio da sola”, oppure perché l’orgoglio che ci fa da corazza contro le difficoltà della vita è più forte di ogni altra considerazione. Sarà Adja, straniera, diversa, confinata con altri migranti irregolari in una casa alloggio, ad offrire il suo aiuto a Lara, a vederla per ciò che è: una persona in difficoltà che sta combattendo contro i suoi errori. E sarà Lara, una volta che Adja è diventata una persona e non più una migrante clandestina senza storia, a proporle quell’aiuto che lei stessa ha iniziato ad accettare dagli altri.

E’ un film di poche parole, solo quelle indispensabili, e di molti silenzi, che valgono più di mille dialoghi. Un film di donne che si cercano e si amano, sanno comprendersi senza la mistica della sorellanza, in una lingua neutra che non appartiene a nessuna delle due, e che Elder non capisce.