Effetto domino (Italia, 2019). Regia: Alessandro Rossetto. Interpreti principali: Diego Ribon, Mirko Artuso, Maria Roveran, Nicoletta Maragno, Roberta Da Soller, Olivier Rabourdin, Lucia Mascino, Marco Paolini, Vitaliano Trevisan

Il grande involucro protettivo della specie umana era il lavoro
Goffredo Parise, Il padrone, 1965
Il meccanismo della catastrofe, osservato da vicino, è di una precisione sorprendente: tanti piccoli tasselli che, sommandosi uno a uno, non avrebbero potuto portare ad altro che a quel preciso risultato. Al disastro.
Nel ricco nord est industriale una cittadina termale vede chiudere da anni, uno dopo l’altro, i suoi alberghi: grandi cubature inutilizzate lasciate alle intemperie offrono a Franco Rampazzo, un ex muratore che si è fatto tatuare sul braccio una pala e un piccone e che ha lavorato a testa bassa tutta la vita fino a diventare imprenditore edile, l’idea di creare un villaggio di lusso per anziani. Per dare corpo alla sua iniziativa chiama accanto a sé il geometra Gianni Colombo, con cui in passato ha già lavorato e al quale lo unisce il desiderio di costruire, creando qualcosa che prima non c’era. Insieme si mettono a caccia di finanziamenti fino a quando, sostenuti anche da una grande banca, i lavori vengono avviati.
Malgrado l’idea intercetti un bisogno sempre più evidente – gli anziani aumentano di anno in anno, e con loro cresce una richiesta qualificata di assistenza che va di pari passo con i tagli alla sanità e il desiderio di vivere al meglio gli anni che rimangono – nei due compagni d’avventura non c’è traccia di una riflessione approfondita, sia essa un piano industriale o anche solo una minima strategia di investimento. “Bisogna lavorare, non pensare”, afferma Rampazzo, che d’altra parte dal nulla, lavorando sempre a testa bassa, ha costruito una casa, una famiglia e una propria identità e quindi ha tutto il diritto di ritenere il pensiero un peso superfluo.

Il film segue con andatura entomologica i vari passaggi che decretano il fallimento del progetto, presentando una dopo l’altra le conseguenze del lavoro senza pensiero: lo fa attraverso sei capitoli, una voce fuori campo, le musiche di Vivaldi, una serie di personaggi che si aggirano nell’ombra e tante comparse vittime inconsapevoli di un’idea priva di struttura. Un faccendiere di cui non si conosce la provenienza, un legame con i soldi, quelli veri, che porta fino in Cina, e il figlio di un ricco imprenditore locale che fiuta il business e ci si tuffa senza scrupolo alcuno.

In questa girandola di eventi Rampazzo rimane spiazzato, ma lo stesso fatica a comprendere perché per lui il lavoro è salvezza dell’anima e della famiglia, un cottimo incessante che offre un salvacondotto per la ricchezza; e non è possibile che fondi stranieri senza nome possano tramare nell’ombra per rubargli l’idea e svilupparla al posto suo.
Sono tante le tante dicotomie presenti all’interno del racconto, a partire dalle lingue, cinese e veneta, entrambe sottotitolate; la desolazione di cantieri polverosi e lo skyline di città dove la finanza la fa da padrona; le richieste di pagamento da parte di fornitori, autotrasportatori e piccoli industriali che avevano visto in questo progetto un’ancora di salvezza e le serate eleganti in cui il progetto viene presentato per essere venduto a finanziatori realmente solvibili.
Ma tra tutte queste dicotomie è assente quella più potente, che lega e oppone amore e morte. La morte c’è dappertutto: è presente nei ruderi dei palazzi, nell’idea di vecchi che scelgono di spendere gli ultimi anni in un paradiso senza Dio, nella fine di un’imprenditoria per cui era sufficiente una stretta di mano, nel disfacimento di una famiglia che era stata costruita attorno all’idea di impresa. Ciò che manca è l’amore: quello per il proprio lavoro è troppo accecato dal denaro, quello per la famiglia troppo vincolato alla sicurezza economica. La famiglia di Rampazzo si sfascia, una figlia sceglie di stare al fianco del padre, la moglie vomita insulti sempre trattenuti ma ora sdoganati dal fallimento del lavoro, l’altra figlia sceglie l’uomo che ha scavato la fossa al padre, negandogli l’ultimo finanziamento.
Ispirato all’omonimo romanzo dell’avvocato e scrittore Romolo Bugaro, pubblicato nel 2015, il secondo film di finzione del documentarista Alessandro Rossetto prosegue nell’analisi del DNA di una terra abituata a parlare con la voce del lavoro, totem che rappresenta a un tempo valore e identità, religione e rifugio.








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