Fremont (USA, 2023). Regia: Babak Jalali. Interpreti principali: Anaita Wali Zada, Gregg Turkington, Jeremy Allen White, Hilda Schmelling
Donya ha vent’anni ed è sola. E’ scappata dall’Afghanistan dove faceva l’interprete per gli americani, riparando negli Stati Uniti prima della vendetta dei talebani, che però non ha risparmiato due sue colleghe. Le sue giornate scorrono sempre uguali. La mattina va a San Francisco, in un laboratorio gestito da un cinese in cui si confezionano biscotti della fortuna artigianali e scambia qualche parola con una collega; la sera rientra a Fremont, cena in un ristorante gestito da un vecchio, scambia due chiacchiere con un vicino, afgano anche lui, e poi va a dormire in una piccola stanza di un motel.
In queste giornate sempre identiche a se stesse Donya sembra anestetizzata dal senso di colpa di chi ce l’ha fatta a salvarsi; quando il vicino rinuncia a una seduta da uno psicoterapeuta e le lascia il biglietto con cui aveva fissato la visita, lei si reca dal professionista chiedendo solo qualche pillola contro l’insonnia che la tormenta da tempo. Invece, incuriosito dalla sua situazione di rifugiata, e interessato dalla sua storia, che Donya tiene ben nascosta dentro di sé, decide di seguirla pro bono.

“Now is a good time to explore”, recita il primo dei tanti biscotti della fortuna che Donya confeziona. Ma un giorno la collega che scriveva la frasi muore, il titolare le propone di prendere il suo posto e lei si ritrova a dover creare frasi nuove ogni giorno, andando così a scavare oltre la superficie, nella fantasia e nel desiderio, in quella parte di sé che fino a quel momento aveva tenuto profondamente nascosta. Il suo cambiamento nasce forse da qui, da parole nuove che non sono più traduzioni semplici da un’altra lingua ma porzioni di futuro nascoste dentro un biscotto. Donya cambia impercettibilmente espressione del viso, si apre a conversazioni diverse con il terapeuta, con il vecchio che le fa compagnia durante la cena, con il vicino e sua moglie, con il titolare che ha investito su di lei e vuole aiutarla.
Donya rimane preoccupata per le minacce ricevute dalla sua famiglia a causa del suo tradimento, rimane in ogni caso una rifugiata sola in un Paese lontano, rimane dentro la sua vita fatta di routine, ma a modo suo comincia a cercare qualcosa che possa dare un senso alle sue giornate. Lo fa in modo maldestro, ma ci prova; e questo suo tentativo, insieme alla sorte, la portano nell’officina di un meccanico solitario e timido come lei, in una giornata che per lei si era aperta con grandi speranze e che invece l’ha delusa. Ma nulla accade per caso, e questo incontro può essere il germoglio nascosto di un nuovo inizio.

Girato in bianco e nero con uno schermo di dimensioni 4:3, utilizzato fino al dopoguerra ma poi soppiantato dal 16:9 e dagli schermi panoramici, il film racconta una storia intima, dai dialoghi scarni, dalle azioni più immaginate che vissute. Il bianco e nero riporta a un senso di essenziale, senza orpelli o dispersioni, mentre il formato ridotto richiama la vita di Donya nelle sue piccole cose, costretta in spazi angusti e limitata dalla sua stessa volontà di non uscire dal proprio guscio.
Il film ha qualcosa del cinema di Kaurismaki: forse nei personaggi dimessi e solitari, costretti in vite apparentemente senza via d’uscita, ma consapevoli che una piccola scintilla, anche solo casuale, può costruire per loro una nuova possibilità.








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