Gli amanti del Pont-Neuf (titolo originale Les Amants du Pont-Neuf, Francia, 1991). regia: Leos Carax. Interpreti principali: Juliette Binoche, Denis Lavant, Klaus Michael Grüber, Chirchan Larsson.

Una storia in cui l’intero non raggiunge la somma delle parti e dove lo sguardo visionario del regista alterna immagini magniloquenti a corpi abbrutiti, danze scatenate a momenti di vuoto. Come i Cancelli del cielo di Cimino (e, dalle nostre parti, Occhiopinocchio di Francesco Nuti), anche il film di Carax è entrato nel ristretto numero delle pellicole la cui lavorazione ha fatto saltare ogni preventivo, e il cui risultato al botteghino è stato modesto. Quanto poi la débâcle economica possa incidere sull’aura del film è una correlazione non calcolabile: in qualche modo il tema è sempre quello del legame tra l’artista e l’opera, un cordone ombelicale che non si stacca mai nemmeno dopo che l’ultima copia del libro o del film hanno lasciato la sede di produzione e sono andate in giro per il mondo. Difficile leggere Céline senza pensare alle sue simpatie naziste, così come vedere questo film senza che tornino alla mente le traversie produttive, la costruzione di un nuovo ponte, le interruzioni delle riprese dovute alla mancanza di fondi.

Due solitudini allo sbando (Alex, artista di strada e Michèle, pittrice che a causa di una malattia progressiva sta perdendo la vista) si incontrano e riempiono gli spazi vuoti delle proprie esistenze, albergando nelle notti dell’estate parigina sopra un ponte sulla Senna, chiuso da tempo per lavori. In questo cantiere a cielo aperto i due convivono con Hans, ex guardiano notturno diventato clochard a causa di un amore finito male, che procura loro i sedativi necessari e si prende in qualche modo cura del ragazzo. Tra sbronze con vino da quattro soldi e piccoli furti per tirare avanti, i due trascinano la loro esistenza senza un’idea che li possa far sognare, in attesa che gli occhi di Michèle smettano per sempre di vedere la luce. Un rapporto simbiotico custodito da un ponte, metafora di confine e di unione, sulle cui spallette i due si sporgono, danzano, fanno capriole, incuranti di ciò che potrebbe accadere.

Quando Hans, una notte, porta Michéle al museo, a vedere per un’ultima volta un dipinto da lei molto amato, un equilibrio si rompe per sempre. Poi saranno dei manifesti, affissi per le strade di Parigi e nei sottopassaggi della metro dalla sua famiglia, a cercare Michèle per dirle che è stata trovata una cura per la sua malattia, e che una volta tornata a casa potrà guarire. Ma Alex non ci sta, le nasconde la notizia e incendia i manifesti e il volto della sua donna: con il fuoco lo cancella dai muri per rimanere l’unico custode autorizzato del suo amore, l’ultima immagine che Michéle potrà vedere prima che il suo sguardo si spenga.

In questo estremo atto di egoismo, dove la perdita della luce di lei consente di alimentare una fiammella per lui, si racchiude la vera essenza di un amore sbilanciato, sdrucito, fatto di notti scambiate per giorni e scoppi di vitalità a celare un malessere senza fondo.

L’omaggio all’Atalante di Jean Vigo, la poesia di un tempo che fu e che sta terminando per sempre, in chiusura del film, è palpabile e insistito. Ma a noi ha colpito di più il sottofinale in cui il regista ha voluto cogliere la coppia finalmente felice, l’uno seduto accanto all’altra, in partenza per un lungo viaggio su un mezzo di trasporto improbabile, come Benjamin ed Elaine nella scena finale de Il laureato. Un momento in cui la realtà rimane sospesa, non c’è un prima o un dopo, solo un presente prolungato per qualche istante, e due sorrisi che si aprono lentamente davanti a tutti i futuri possibili.