Quando William Shakespeare, per la prima rappresentazione dell’Amleto (1600-1601), tocca il gigantesco pannello che sovrasta il palco del Globe Theatre a Londra, con al centro una piccola porticina mimetizzata che servirà per il suo ingresso quale spettro del padre di Amleto, con quel gesto accarezza il suo passato. Una foresta composta da alberi, gli stessi che coronavano la sua Stratford, e dove, a soli 11 anni, per peste, era morto suo figlio Hamnet.
William, pur nel dolore che lo aveva soffocato, era tuttavia riuscito a superare il suo lutto proprio attraverso la scrittura, attraverso la rielaborazione fantastica in una storia della sua particolare vicenda intrisa di sconforto e rimorso, quest’ultimo, per non essere riuscito ad arrivare prima che il figlio morisse.
E la moglie Agnes? Il suo lutto? Il lutto di una donna che nel giro di due giorni aveva visto quasi morire una figlia per poi perdere il figlio maschio, solamente aiutata dalla terza figlia Susanna e dalla madre di WIlliam? Lei, figlia di madre Terra, che malgrado i suoi riti ancestrali e le sue invocazioni non ha potuto fare nulla contro quel male letale?
Quando Agnes, a Stratford, viene a sapere che WIlliam ha preparato una tragedia intitolata Hamlet, con il fratello corrono a Londra per la prima rappresentazione. All’inizio Agnes è visibilmente contrariata, non comprende cosa c’entri l’allestimento e le prime scene con la morte del figlio.
Poi capisce: esce dalla porta William che personifica lo spettro di King Hamlet, il padre di Amleto e poi….. per incanto….lo stesso principe Amleto. Un ragazzo biondo, bello, quello che sarebbe sicuramente diventato il figlio Hamnet, con in mano una spada, l’arma che fin da piccolo, nei suoi giochi infantili, fendeva con il padre e le sorelle.
Quel figlio premorto che adesso, attonita, sorpresa, vede in tutta la sua bellezza e splendore, mentre William, tristemente, dietro una tendina, riesce a scorgere Agnes tra la folla.
E qui, la madre, inizia a superare il suo lutto.
Se Amleto non fosse l’opera che conosciamo, se dietro quella porticina fosse uscito lo spettro di Hamnet e non di King Amlet il lutto di Agnes, quale reiterazione di un dolore inchiodato dal tempo, sarebbe rimasto lo stesso. Il “miracolo” sta proprio nella rielaborazione psichica di Amleto Hamnet come figlio fiero, fulgido nelle movenze e negli sguardi: quindi vivo.
E per questo che il superamento del lutto non può avvenire attraverso la ripetizione del solito rito del ricordo, sebbene questo sia per sua natura il più immanente nell’essere umano. Ma avviene attraverso una introiezione, un assorbimento della figura dello scomparso che esalti ciò che nella vita lo stesso ci ha lasciato.
Ecco cosa ha visto Agnes che, magneticamente attratta dalla recitazione del figlio ritrovato, finalmente accenna, dopo anni, ad un sorriso
E quando Amleto, nell’annunciare tragicamente la sua morte nelle battute finali dell’opera, allunga la sua mano verso il pubblico, Agnes, che, si trova proprio sotto il palcoscenico, dolcemente gliela prende, esattamente nello stesso modo in cui l’aveva presa al figlio prima che morisse. E, nella sorpresa dello stesso Amleto, questo gesto provocherà un reazione catarsica collettiva: tutto il pubblico sia quello a terra, sia quello situato sugli spalti, allungheranno la mano ad Amleto come aveva fatto Agnes.
In una sola ed unica scena il dramma umano di Amleto trascende completamente la scrittura teatrale per espandersi al pubblico grazie ad una donna, Agnes, che ritrova, in quel semplice gesto, la sua pace.
Una scena che resta sicuramente scolpita nell’immaginario dello spettatore.
E così, grazie unicamente ad Amleto che Agnes supera la morte di suo figlio Hamnet.
Hamnet è un film sublime. Caratterizzato da una prima parte completamente pervasa dalla natura di Stratford e da poche scene domestiche dell’Inghilterra del 1600,,ù la seconda è invece assolutizzata dal dramma esistenziale di Agnes e dalla sua solitudine.
Ma il valore aggiunto dell’opera è offerta sicuramente dalla percezione del potere e dell’influenza dell’arte quale catalizzatore di emozioni comuni, che tutti gli uomini e le donne possono vedersi rappresentate in ogni tempo e luogo.
Perché le vicende dell’essere nascono e muoiono solamente con l’essere.



