Epilogo “Nel 1961, un gruppo di giovani speleologi lascia un nord in pieno boom economico e intraprende una campagna nel meridione rurale, fino all’entroterra calabrese del Pollino.

Tra Cerchiara e San Lorenzo Bellizzi, esplora l’abisso di Bifurto e dopo interminabili giorni ne tocca il fondo di -687 metri. Era allora la terza grotta più profonda al mondo”.

Il nucleo affascinante del film di Michelangelo Frammartino è imperniato sul parallelismo, da un lato, della sfida alle viscere incontaminate dell’Abisso di Bifurto (una grotta sita a Cerchiara di Calabria) da parte di un gruppo di giovani speleologici, e, dall’altro, dai giorni che precedono l’ingresso in un altro abisso, l’Ade, di Zì Nicola, un pastore calabrese, che con il suo asinello controllava, da tutta una vita, le mandrie sull’altopiano sovrastante l’Abisso, trascorrendo le infinite giornata a sentire l’eco della sua voce.

Non esistono dialoghi (oltretutto pochissimi) udibili; gli stessi protagonisti del film, gli speleologi, non godono dei vari primi piano che invece il regista riserva a Zi Nicola, insieme ai paesaggi mozzafiato, quasi da voler unificare in una sola immagine l’arcaismo primigenio dell’essenza terrestre.

L’opera si sviluppa, pertanto, nella fusione temporalmente sospesa tra la vita agreste, silenziosa, dominata dalla natura aperta, folgorante, totalizzante nelle sue radune, montagne, nubi, dove impera Zì Nicola, e l’altra natura, oscura, tenebrosa, strutturata in caverne e cunicoli strettissimi, dove solo il sangue freddo unito alla passione di giovani temerari poteva violarla.

Non si tratta sicuramente di una profanazione, di un saccheggio del territorio, come è certamente l’eccessiva urbanizzazione di alcune città che sicuramente le primissime scene del film, relative al Pirellone di Milano, richiamano. Ed è proprio interessante questa dicotomia tra una natura completamente incontaminata che si limita ad essere osservata, ammirata, sognata, anche se vissuta come quella di Zì Nicola senza che venisse minimamente toccata, ed una natura che vede la presenza umana, certamente positiva come quella scientifica propria della speleologia, ma che spesso tende solo alla sua distruzione per fini egoistici o speculativi.

Zì Nicola, probabilmente, non sapeva neanche cosa facessero quei ragazzi che guardava da lontano. Ma sarà anche l’ultima cosa che vedrà, colpito da infarto.

Solo dopo ore, al buio, verrà ritrovato dal fratello, caricato sul mulo e portato al capanno. E solo dopo qualche giorno arriverà un medico, su un mulo, per visitarlo, ma inutilmente: Zi Nicola perirà in quel lettino anonimo, anonimo come quel capanno, come tutta la sua vita, proprio mentre gli speleologi continuavano, in quegli stessi giorni, a pochi metri di distanza, il loro viaggio.

Nella nebbia, vicino all’Abisso, qualcuno sente ancora l’eco della voce di Zì Nicola. Lui, pastore di mandrie, rimarrà lì dopo la sua morte, per l’eternità.