Il giardino dei Finzi Contini (Italia, 1970). Regia: Vittorio De Sica. Interpreti principali: Lino Capolicchio, Dominique Sanda, Fabio Testi, Romolo Valli, Helmut Berger, Camillo Cesarei, Inna Alexeievna, Katina Morisani, Barbara Pilavin

Ferrara, 1938: un gruppo di giovani in bicicletta, apparentemente spensierati ed eleganti nelle divise bianche da tennis, attraversano il cancello di una grande villa nel centro della città. Molti sono ebrei, e le leggi razziali appena emanate proibiscono loro di accedere al circolo cittadino. I Finzi Contini, famiglia patrizia e proprietaria della villa, organizzano così un torneo nel campo di terra rossa immerso nel grande parco.
Micol e Alberto, fratelli, sono i padroni di casa. Giorgio, amico di famiglia, è da tempo innamorato di Micol, ma non trova il coraggio di dichiararsi. L’estate cittadina scorre pigra dietro le mura della villa, che si ergono a dividere due mondi: quello che si sta avviando a grandi passi verso deportazioni, guerra e distruzione; e quello ovattato, solenne, silente della famiglia Finzi Contini, dove una biblioteca che contiene più libri di quella comunale illude i proprietari circa un’autonomia sociale e intellettuale che li possa salvare dalle strette di un regime in ascesa.

Quelle mura, scavalcate da Giorgio ragazzino per condividere con Micol i giochi dell’infanzia, non sono solo una protezione, ma un’illusione. La sensazione che basti alzare una barriera e trovarsi al di qua, al sicuro, per salvarsi dalle onde della Storia. Mura che contengono mille storie, sculture, dipinti, ricchezze inimmaginabili, ma che per i ragazzi rappresentano solamente la possibilità di godersi qualche partita a tennis e lasciare il mondo ostile al loro esterno.

Il padre di Giorgio, anche lui ebreo, è iscritto al partito fascista, ma è consapevole che non basterà a salvare il figlio dall’esclusione dalle istituzioni scolastiche di tutto il regno, ad appena un passo dalla laurea, fino a farlo espellere dalla biblioteca comunale. Lo mette in guardia, lo invita ad andarsene finché è in tempo, ma l’amore per Micol ha la profondità remota di un desiderio coltivato in silenzio fin dall’infanzia. Quando lui si dichiara in un giorno di pioggia lei non può dargli altro in cambio che l’affetto che si riserva a un fratello.

Ma Giorgio non si dà pace, almeno fino al giorno in cui la sorprende a letto con Giampiero, un amico comune di simpatie comuniste: una prossimità di anni, quasi quotidiana, ha sospinto lontano l’amore trasformandolo in amicizia, e per lei non può esserci altro. Il desiderio di Giorgio rimane lì, dentro quella confessione, inchiodato come una farfalla nella bacheca di un entomologo, senza il sogno di un domani.
Sogno che non appartiene più nemmeno a Micol, con Giampiero spedito sul fronte russo e le truppe del regime che sequestrano gli abitanti della villa nell’aula di una scuola per deportarli in Germania.

Un’atmosfera decadente fotografata con eleganza, un ritmo compassato, dialoghi che nascondono un fondo di malinconia ed assenza, come se qualcuno fosse sempre appena partito e si temesse il suo non ritorno. Genitori severi e compunti contrapposti a ragazzi nel fiore della giovinezza, vista come un tempo che fugge veloce, e non per il naturale decorso del tempo.

L’isolamento dei Finzi-Contini viene brutalmente interrotto, quasi travolto, dall’incedere del tempo, da chi prende voce dalla loro caduta e si fa forte dell’effimera vendetta del povero contro il ricco. Allontanati dalla vita sociale come gli abitanti di Ferrara vengono allontanati dai ritmi consueti della vita di provincia, mentre il fiore della giovinezza di scioglie nel vortice di una guerra priva di senso, ancora più quando si hanno vent’anni e tutta una vita davanti.