Il film, diretto da Cristiano Bortone e Daniela Porto, ci trasporta nella Calabria rurale degli anni Quaranta, dove Marta, giovane madre di Michele, un bambino di 5 anni, frutto dell’amore con un ragazzo caduto in guerra, si trova in una situazione intricata. I suoi genitori l’hanno promessa in sposa a un uomo vedovo molto più anziano di lei, imponendole un matrimonio che suona come una condanna anticipata. In questa realtà oppressiva, la protagonista è costretta a fronteggiare la prospettiva di una vita senza amore e rispetto da parte dell’uomo a cui è stata destinata, il quale, pur apparendo raramente e prevalentemente in contesti sociali, la tratta con disprezzo, sfruttando la sua condizione di donna priva di libertà di scelta.

Tuttavia, il destino di Marta prende una piega inattesa all’interno della parrocchia, dove frequenta un corso per donne promesse spose. È qui che incrocia la strada di Lorenzo, l’assistente del parroco, un uomo emarginato dalla comunità a causa della sua omosessualità. Attraverso l’amicizia con quest’ultimo, Marta si apre a un mondo diverso, fatto di nuove prospettive e consapevolezza dei suoi diritti come donna.

L’amicizia con l’uomo, infatti, la porta ad entrare in contatto con individui emarginati o discriminati a causa della loro diversità, un confronto diretto con realtà altrimenti ignorate o negate dalla società dominante di quel tempo. Prendendo ispirazione da Lorenzo, Marta apprende a guardare oltre i pregiudizi e le barriere sociali, ad abbattere le facciate che separano le persone sulla base delle loro differenze. Questo nuovo scenario che si apre davanti a lei non solo espande i suoi orizzonti, ma la spinge a interrogarsi su concetti fondamentali come l’uguaglianza e la libertà, trasformando gradualmente il suo modo di percepire se stessa e di interagire con l’ambiente circostante.

Un elemento fondamentale di questa narrazione è il ruolo preminente del lavoro nel percorso di emancipazione di Marta. Grazie all’incontro con Bianca, membro attivo del Partito Comunista Italiano, la protagonista si avvicina a una nuova opportunità: imparare un mestiere, la dattilografia. Con generosità, l’attivista le fornisce una macchina da scrivere e le impartisce lezioni, guidandola verso l’autosufficienza economica e la realizzazione individuale. Questo momento critico segna una svolta nella sua vita, concedendole l’opportunità di conquistare la propria autonomia e di sfuggire al destino impostole da una società ottusa.

Sotto il profilo psicologico, il percorso di Marta è un’esperienza di scoperta, un cammino attraverso il quale afferma la propria identità. Attraverso il lavoro, non solo conquista una forma di indipendenza economica, ma anche una nuova percezione di se stessa come individuo capace e meritevole di rispetto. La protagonista si trova ad affrontare le voci, tra le altre, del Sig. Gino, che sottolinea come solo le zitelle lavorino, e di Don Antonio che afferma che l’uomo deve sudare e lavorare, mentre la donna deve benedire quel sudore ogni giorno. Queste credenze arcaiche, tuttavia, non fanno altro che alimentare la sua determinazione nel tracciare la propria strada, dimostrando la sua forza interiore e la sua determinazione.

Inoltre, il sostegno ricevuto da Bianca e il suo coinvolgimento all’interno del Partito Comunista Italiano mettono in luce l’importanza delle reti di solidarietà femminile e dell’attivismo politico nella lotta per i diritti delle donne. Questo messaggio di unità e di sostegno reciproco aggiunge profondità alla narrazione, sottolineando il potenziale trasformativo delle azioni collettive nella promozione del cambiamento sociale.

In conclusione, “Il mio posto è qui” offre uno sguardo significativo sul percorso di una donna alla ricerca della propria autonomia e dignità in un contesto sociale ostile. Attraverso il lavoro e l’amicizia, Marta si batte per i suoi diritti e per trovare il suo posto nel mondo, dimostrando il potere della determinazione nel superare le sfide e nel perseguire la propria felicità.