GLI EREDI DEL MALE
Germania, 1913-14, alcuni mesi antecedenti al Primo conflitto mondiale. Piccolo villaggio protestante, dove le giornate sono faticosamente scandite dalla quotidianeità di una comunità troppo chiusa in sé stessa (come, del resto, migliaia simili a questa).
L’elemento temporale, nonchè quello spaziale, lo diciamo subito, sono determinanti, come anche evidenziato all’inizio del film dalla voce fuori campo.
Un Pastore, Un Barone, Un’Intendente, Un dottore sono i quattro punti cardinali perfettamente, anche se inconsapevolmente, sincronizzati tra di loro per rendere la loro comunità completamente impermeabile ad eventi esterni che possano pregiudicarne la tranquillità. Ma i quattro non sono solo i vigili custodi della tranquillità del villaggio, ma sono anche i depositari dei valori etici e morali che devono regnare, senza beneficio di alcun dubbio, tanto meno di contestazioni, all’interno delle loro famiglie.
Sono i Padri del “Devi!!” Kantiano, sono i Padri despoti. Sono i Padri delle umiliazioni pubbliche (emblematica la scena nella quale, nel corso di preparazione della cresima, la figlia del Pastore viene aspramente sgridata davanti a tutti dal padre, fino a perdere i sensi e poi svenire) . Sono i Padri delle punizioni corporali, immediate o programmate. Sono i Padri pedofili, i Padri che umiliano le mogli o le compagne. Sono i Padri che ambiscono solo ad una fantomatica “purezza” dei loro figli, a renderli tutti dei nastri bianchi. Sono, pertanto, i non-Padri, non sono i Padri del dialogo, non sono i Padri iniettori del desiderio.
Ovviamente, ciò non richiede solo durezza verbale e sembiantica da parte loro: ma, soprattutto, la piena sottomissione ed acquiescenza passiva dei loro figli e delle loro mogli. Sottomissione estrinsecata dall’assoluto silenzio, dall’accettare qualunque verdetto, dallo scusarsi più di una volta, dal baciare le mani in senso di ossequioso rispetto e, pertanto, nel reprimere dentro di sè ogni moto reattivo anche quando si tratta di punizioni che esorbitino da una normale attività educativa.
Anche in questo caso. emblematica dell’atmosfera che Haneke ci fa crudelmente vivere in quegli ambiti familiari è il drammatico colloquio tra il Pastore ed il figlio quando il primo scopre che quest’ultimo si sta masturbando, e viene così costretto a dormire con le mani legate per evitare di “precipitare nel peccato”.
Ma spesso la Realtà viene compromessa dal Reale, dall’evento impensabile, che quando irrompe spezza l’ordinarietà di qualsiasi esistenza.
L’ovattata comunità, anche se soffocante nel suo perenne non divenire, viene così disturbata da una serie di eventi violenti imprevedibili di cui non si si riesce a scoprirne gli autori. Così, tra gli altri, il figlio del Pastore, il bimbo appena nato dell’Intendente, il bambino down della levatrice del Dottore diventano oggetto di aggressioni ed attentati. Ma l’uccisione con una forbice del piccolo uccellino del pastore da parte di una delle sue figlie rappresenterà un chiaro indizio di quello che stava accadendo.
E che rappresenta anche il valore aggiunto dell’opera del regista austriaco.
L’eccesso provoca sempre una reazione. Nella dinamica circolare ed interattiva tra l’Es-impulso, l’Io e Super io, l’imposizione di precetti morali che sostanziano quest’ultimo non può essere sempre assorbito da un Io che deve, comunque, mediare con gli impulsi propri dell’uomo e che, malgrado qualsiasi aderenza alle leggi della Civiltà forgiate dal linguaggio, non sono mai recisi del tutto.
Anzi, al contrario. L’impulso di morte di “Al di là del principio di piacere” di Freud ne rappresenta la riprova.
E dove si scatena normalmente l’odio represso delle vittime di quei soprusi patriarcali da parte dei loro figli adolescenti ?? Considerando inattuabile ogni forma di scontro diretto, la reazione si concentra nei confronti di soggetti ancora più deboli nella scala gerarchica: il piccolo figlio del Pastore che viene sodomizzato e poi, in un secondo diverso momento gettato nel fiume , il neonato che rischia di morire per ipotermia a seguito di una finestra lasciata volutamente aperta, il bambino down accecato.
Pertanto il piccolo gruppetto di ragazzi e ragazzine, deferenti spesso fino alla nausea, palesano, quali eredi dei loro Padri, tutta la loro ferocia.
Haneke con il “Nastro Bianco” pone un incredibile parallelismo tra una Germania che mirerà a vendicare la propria sconfitta nella prima guerra mondiale lasciandosi incantare da un regime che proietterà la sua Nazione nel tentativo di conquistare il mondo intero, ed un villaggio, tra i tanti, la cui classe adolescenziale accetta supinamente la violenza dei propri padri riversandola nei confronti di soggetti ancora più deboli.
Parallelismo che spiega anche, in maniera efficace, il silenzio omissivo delle comunità tedesche della seconda guerra mondiale non direttamente interessate al conflitto, come il villaggio in questione, passivamente spettatrici delle atrocità del regime nazista.








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