La perpetuazione della banalità del male

La banalità del male, che ha trovato la sua espressione nel nazismo, non solo esiste ancora, ma è diventata la forma di agire nell’età della tecnica” Umberto Galimberti, stralcio da un articolo su “Repubblica” del 2023.

L’opera di Vanderbitt è, acutamente, concentrata sul rapporto tra il numero due del terzo Reicht, Hermann Goring (un supremo Russell Crowe) ed il dr. Douglas Kelley (Rami Malek forse nella sua migliore interprtazione), psichiatra, inviato dall’esercito americano formalmente per “analizzare” i gerarchi nazisti presenti nel processo di Norimberga, ma in realtà per evitare che, come aveva fatto il loro capo supremo qualche mese prima, mettessero da soli fine alle loro vite in vista del verdetto finale (ovviamente già scontato di condanna).

Dall’interessante ed appassionante setting analitico tra Crowe e Malek, al netto del profilo caratteriale ed emotivo di Goering, e soprattutto per ciò che ci interessa in questa sede, emerge quello che Kelley dirà chiaramente, tornato in America, in un incontro radiofonico alla fine del film: i nazisti non sono persone uniche al mondo. L’obiettivo di conseguire il potere con qualsiasi mezzo è proprio di ogni Stato e non sorprenderebbe se gli stessi metodi usati dai nazisti venissero utilizzati da persone non in divisa.

Vero. L’abilità per qualsiasi Stato autoritario di poter governare sta nell’ influenzare l’opinione pubblica sulla necessità di controllare, e nei casi più estremi, di distruggere l’operato di uomini, movimenti, intere popolazioni che si ritiene possano impedire la realizzazione di quegli obiettivi che lo stesso potere vuole fermamente e che vengono condivisi dalla massa.

E una volta stabilito qual è l‘obiettivo principe che affascina la massa (nel caso della Germania nazista far riemergere la propria nazione dall’umiliazione seguita alla sconfita dal conflitto bellico) le modalitò di influenza possono essere le più svariate: spostamento dell’attenzione collettiva verso altre questioni considerate più importanti, confutazione delle opinioni avverse anche con tesi/prove infondate, amplificazione o addirittura elaborazione dei rischi che la collettività potrebbe subire se non si adottassero subito delle efficaci risposte anche repressive

Tutto è ammissibile per il conseguimento di un fine.

Di questo, quale secondo vertice del III Reicht, doveva rispondere Goering. E ripiegare sulla responsabilità del suo Fuhrer, o di altri, cercando di dimostrare che non era a conoscenza di alcune sue decisioni, non sarebbe servito a nulla quando poi verrà palesata la corresponsabilità, anche formale, di quelle atrocità.

E cosi a Norimberga emerge, anche indirettamente, una questione che poi verrà ben analizzata nei decenni a seguire, e riassunta efficacemente nelle mirabili parole di Umberto Galimberti riportate all’inizio. E quindi attualissima.

Se di Goering e dei suoi infami colleghi è chiara la responsabilità, cosa va detto per le altre migliaia di persone che hanno, a vario titolo (burocratico, operativo, direttivo, gestionale) partecipato all’eccidio degli ebrei? E, pertanto, per chi nel corso degli ulteriori 80 anni ha, e sta, analogamente operando in altri territori e contro altri popoli?

Nell’intervista Galimberti ci ricorda che la tesi della celeberrima opera di Hannah Arendt “La banalità del male”, “è che le atrocità del nazismo furono compiute non da uomini crudeli, ma uomini banali a cui era stata tolta la responsabilità delle loro azioni, perchè ciò che a loro era richiesto era solo di operare bene, dove “bene” significa in modo efficiente e funzionale all’Apparato”.

Anche in questo era pertanto giusta la considerazione di Kelley, già negli anni 40, secondo cui i nazisti non erano persone uniche al mondo.

Non importa il “perchè lo fai”, ma “il come” lo fai, quel “come” che Galimberti estende anche a tutta l’attività quotidiana che svolgiamo in quella che viviamo, cioè l’etò della tecnica. dove tutto diviene deresponsabilizzato, purchè rientri nel meccanismo precostituito dal potere, che in quanto tale deve rispondere solo a criteri di efficienza senza alcun giudizio sul merito

La stessa efficienza che, oggi, viene chiesta per entrare in una casa e sparare ad una famiglia inerte, e che, soprattutto, ed inesorabilmente, per chi ha compiuto questo crimine non chiedere il “perchè” lo stia facendo.