Il servo (titolo originale The Servant, UK, 1963). Regia: Joseph Losey. Interpreti principali: Dirk Bogarde, Sarah Miles, Wendy Craig, James Fox, Catherine Lacey, Richard Vernon, Ann Firbank, Doris Knox, Patrick Magee.

Secondo il dizionario enciclopedico Treccani la parola “servo” indica uno schiavo o, in alternativa, una persona addetta a umili servizi; in inglese il sostantivo “servant” significa invece servitore, domestico. L’accezione è piuttosto differente, ma è solo una delle scelte maldestre effettuate negli anni dagli addetti alla distribuzione incaricati di trovare un titolo per il mercato italiano. Anche se insuperabile nel tradimento dello spirito del film rimane sempre “Se mi lasci ti cancello”, traduzione-tradimento del titolo originale del film di Michel Gondry “Eternal sunshine of a spotless mind”.
Più che un servo, Hugo Barrett è il maggiordomo che prende servizio nella casa londinese dell’aristocratico Tony, un dandy piuttosto insipido che si trastulla tra improbabili progetti immobiliari in Brasile, molto alcol e una fidanzata di rappresentanza. La casa, inizialmente vuota, grazie all’impegno di Barrett inizia a prendere forma e ad assumere un suo stile, fatto di orologi a pendolo, lampadari, quadri, fiori e specchi convessi che riflettono i movimenti dei personaggi. Susan, la ragazza di Tony, diffida fin da subito dell’uomo, così premuroso e attento eppure così poco leggibile, che vive ora nell’appartamento del suo fidanzato. E in effetti poche settimane dopo aver preso servizio, Barrett introduce nella casa Vera, presentandola come sua sorella e spingendola con una scusa tra le braccia di Tony.

Sarà la prima di una serie di mosse impercettibili ma costanti, finalizzate a prendere il controllo della casa e, come conseguenza, della vita di Tony: con il passare del tempo i ruoli finiscono per ribaltarsi ed è il maggiordomo a dare ordini al padrone, che dal canto suo non può più rimanere da solo.
La dimensione tanto cara a Pinter, quella di spazi chiusi e asfittici in cui si giocano spietate guerre di potere, più che nelle dinamiche tra servo e padrone, trova la sue espressione più piena nella rappresentazione di un appartamento in cui la scenografia inserisce elementi decorativi che rimandano sempre ad altro: una sorta di proiezione di vite chiuse al mondo e votate alla distruzione reciproca.

Il tema dell’omosessualità è sotterraneo mentre quello del sesso, giocato da Susan con i due uomini, emerge più esplicito. Bong Joon Ho, nel pluripremiato Parasite, non ha fatto altro che rappresentare l’esplosione delle dinamiche che nel film di Losey restano inespresse, potenziali, come gran parte delle situazioni rappresentate nel teatro di Harold Pinter, sceneggiatore del film e presente in un breve cameo.
La grammatica della drammaturgia, sussurrata nei dialoghi, prende campo e massima evidenza con gli oggetti di scena, che diventano coprotagonisti, a partire dagli specchi riflettenti, e le angolazioni di inquadratura, ora dall’alto ora dal basso, ma sempre a evidenziare l’asimmetria dei ruoli, in un continuo rimando a dimensioni che vanno al di là delle dinamiche tra i protagonisti.

Tratto da un romanzo di Robin Maugham che Pinter ha adattato per il grande schermo, iniziando una collaborazione con Losey che proseguirà con altre due pellicole, è un film claustrofobico in cui la lotta di classe transita non dagli slogan politici ma da una manipolazione resa possibile dal ventre molle di una borghesia satolla, destinata inevitabilmente a soccombere di fronte alla fame e al desiderio di riscatto.