Il sospetto (titolo originale Suspicion, USA, 1941). Regia: Alfred Hitchcock. Interpreti principali: Joan Fontaine, Cary Grant, Cedric Hardwicke, Nigel Bruce, May Whitty, Isabel Jeans, Heather Angel

Un uomo brillante e squattrinato incontra su un treno una giovane ereditiera timida e insicura che nel giro di poco tempo si innamora di lui e lo sposa. Johnnie è poco propenso a lavorare, preferendo il gioco, piccole truffe e progetti immobiliari destinati al fallimento. Lina lo ama e lo accoglie in casa, ma in realtà non lo conosce e il tempo che iniziano a trascorrere insieme le fa scoprire pian piano un uomo inaffidabile e privo di scrupoli.

Così, pur continuando a esserne innamorata, quasi stupita che un uomo di tale fascino abbia deciso di sposarla, inizia anche a coltivare alcuni dubbi. Il gioco della sceneggiatura, che Hitchcock ha tratto da un romanzo il cui finale è stato stravolto per esigenze di produzione, si sofferma sul punto di vista di lei: quanto l’amore l’ha resa cieca, e quanto invece la sua parte razionale intende leggere nei segnali che lui continuamente le invia?

Come spesso accade con il maestro del brivido, abbiamo una persona qualunque, senza particolari qualità, che viene a trovarsi in una situazione pericolosa, nella quale è obbligata a districarsi utilizzando strumenti che non le appartengono. Lina vuole capire chi sia davvero l’uomo che si è messo in casa, che non riesce a mantenersi un lavoro e che le vende gli oggetti di cui non è proprietario: solo un piccolo truffatore o qualcuno che vuole ucciderla per mettere le mani sull’eredità? Il padre di Lina, che aveva intuito qualcosa, alla sua morte lascia alla coppia solamente il proprio ritratto, delegando alla vedova il compito di versare solo un piccolo appannaggio periodico alla figlia.

Tuttavia Lina non se la sente di scoprire il gioco: da una parte ama un uomo che in qualche modo sente di non meritare, che la rende orgogliosa e la fa sentire una donna completa; dall’altra non intende mettere a rischio questa sua stabilità emotiva indagando fino in fondo sugli indizi che lui le lascia cadere davanti sulla gestione del denaro e sugli impegni che non è in grado di rispettare. Lina preferisce non sapere: sospettare, continuare a stare male, ma non chiedergli nulla, rimanendo in un limbo di comodità, fino al giorno in cui un indizio che non può più ignorare la spinge a temere addirittura per la sua vita. Nella scena più iconica del film, ottenuta con un effetto speciale di grande semplicità (una lampadina che illumina un bicchiere di latte), Johnnie sale le scale per raggiungere la moglie che giace a letto indisposta. Nell’inquadratura dall’alto e nel gioco di luci e ombre c’è tutta la maestria di un artigiano del cinema che ha sempre indagato ciò che c’è al di là della superficie delle cose.

Non un’esplorazione dei sentimenti, come in Truffaut (che adorava Hitchcock e che scrisse un libro basandosi sul loro dialogo), ma dei meccanismi della mente: giochi di potere attraverso i quali un movente declinato su potere e possesso determina le scelte dei protagonisti. E’ la ragione a essere sollecitata, l’amore passa quasi in secondo piano, come un dettaglio necessario ad attivare il meccanismo, come in tanti altri film di Hitchcock. Lo spostamento dal piano emotivo a quello razionale invita lo spettatore a una visione fatta di domande e risposte, non di impulsi, non di emozioni.

Così ciascuno di noi, quando si trova davanti a un bivio, sceglie se affidarsi all’esperienza e alla ragione o piuttosto all’intuito, per continuare a camminare lungo la strada che si apre davanti ai suoi giorni.