C’è sempre il rischio, il forte ma altrettanto odioso, antipatico rischio, che l’ossessiva esaltazione del proprio passato culturale ed artistico, nei confronti del presente, celino una dimensione spregiativa del nuovo.

Ma non si può altrettanto negare che in meno di 30 anni il nostro Paese sia radicalmente cambiato. E spesso, proprio lo spessore, la storia, e la dimensione di artisti unici nel loro genere, ci può aiutare a comprendere che cosa sia realmente avvenuto.

Giorgio Gaber era innanzitutto un’artista completamente ed intimamente libero. Partito dal rock (con venature Jazz) nel 1959 (insieme a Celentano e Jannacci), svolge una intensa attività televisiva nella primissima RAI, abbinando musica leggera e popolare, il cui culmine verrà rappresentato dal forte sodalizio durato due anni con Mina.

Ad un certo punto fa una precisa scelta: all’inizio degli anni ’70 sente la necessità di esteriorizzare quel malessere interiore dell’italiano medio che la fine del boom economico e l’inizio della fase movimentista stava generando.

Cambia la forma della sua arte: dalla musica leggera alla canzone-teatro. Al palcoscenico televisivo prima, e agli spettacoli orchestrali nei teatri dopo, preferisce il solitario e crepuscolare palco teatrale. Completamente da solo, al massimo qualche strumentista e le basi musicali già registrate.

Questa forma espressiva gli è del resto perfettamente congeniale rispetto a ciò che voleva rappresentare. Il canto, il movimento sovente schizofrenico del corpo ed il parlato, esprimono una poliedricità di moti d’animo concentrata in una figura unica che si rivolge a tutti e a ciascuno.

Ma ciò che è interessante, e dove l’ottimo documentario si sofferma particolarmente, è nel tratteggiare il repentino sovvertimento, negli anni 70, della dimensione ideologica dei suoi testi, che possiamo ben sintetizzare in una famosa strofa del brano di rottura “Quando moda è moda” del 1978

Sono diverso e certamente solo

sono diverso perché non sopporto

il buon senso comune

ma neanche la retorica del pazzo

Gaber comprende alla fine degli anni ’70 che lo spontaneismo folle ma coraggioso del movimento giovanile e studentesco a cavallo degli anni 60 e 70, che aveva scosso dalle fondamenta l’integralismo convenzionale borghese era stato oramai soppiantato da una oramai generalizzata corsa, a destra come a sinistra, verso quell’edonismo narcisistico che trionferà (definitivamente) negli anni 80′, rendendoci, come “polli d’allevamento” completamente schiavi di una unica dottrina, quella antesignana all’attuale modello globale: il consumo.

E come un altro grande personaggio della nostra cultura, Pier Paolo Pasolini, Gaber, come scritto nella canzone, resterà solo.

Quando non solo ci sia allontana, ma si contestano le etichette politiche, e soprattutto si vede quale acerrimo nemico il consumo dilagante, la ricerca sconsiderata del bene, del piacere ad ogni costo, ci si trova (similmente al Pasolini degli ultimi mesi della sua vita), ad affrontare la sua esistenza con un litanico rimpianto di un sogno rimasto infranto, unita ad una rabbia nei confronti di una società, e soprattutto di un nuovo civis, che sono lontani migliaia di anni rispetto a qualche decennio prima.

Malgrado tutto la sua (e la nostra) generazione, come è stato acutamente detto nel docufilm, non “ha perso”, come invece Lui ha cantato. Ha perso solo nella misura in cui ha fallito nel perseguire il sogno di una società più equa. Ma ha stravinto nell’inondare il nostro Paese di quella ricchezza culturale, di quel dinamismo relazionale, di quella continua ricerca del confronto su idee e pensieri, che è stato anche fondamentale nella nascita di forme artistiche che rappresentano un unicum.

La Neovanguardia teatrale di Carmelo Bene, la regia critica di Giorgio Strehler, il Rock Progressivo Italiano, Il cinema di denuncia di Petri, Pasolini, Rosi, rappresenteranno una ulteriore evoluzione della già fiorente prospettiva culturale italiana di quegli anni.

Cosa resta quindi di Gaber? Non solo un artista incredibile, ma un uomo che, in un momento della sua carriera, ha fortemente compreso che il linguaggio, cantato e corporale, era il più potente catalizzatore sia del proprio pensiero ma soprattutto della riflessione altrui.

Il Linguaggio. La fonte di tutto, ciò che media tra il significato ed il significante.

Esattamente ciò che manca oggi, dove tutto è significante, nulla è significato.