Jeanne Dielman, 23, Quai du Commerce, 1080 Bruxelles (Belgio, Francia, 1975). Regia: Chantal Akermann. Interpreti principali: Delphine Seyrig:, Jan Decorte, Henri Storck, Jacques Doniol-Valcroze, Yves Bical

Interno piccolo borghese: carta da parati, mobili in legno, suppellettili, divano letto in velluto e tutto ciò che 50 anni fa occupava gli spazi di un appartamento arredato con gusto comune. All’indirizzo del titolo, uno come tanti, vivono una madre e un figlio, che intrecciano dialoghi scarni ad accompagnare una convivenza priva di sussulti.
Vediamo Jeanne, questo il suo nome, lungo tre giorni della sua vita, dal lunedì al mercoledì, perlopiù all’interno delle stanze, con una camera fissa a inquadrarne gli spazi, con cambi di scena favoriti dalla luce di un interruttore che si spegne. Jeanne è avvolta in una casalinghitudine apparentemente perfetta: sveglia, colazione, e poi le faccende di tutti i giorni affrontate con una ritualità che non sembra ammettere varianti.
Macina il caffè, impana le cotolette o impasta il macinato, bolle le patate, rifà i letti, piega il pigiama, tiene per qualche minuto il bambino piccolo di una vicina mentre questa scende a fare la spesa, fa i compiti con il figlio sedicenne quando torna da scuola, cenano insieme e poi ascoltano un po’ di musica.

Tutto sempre nello stesso modo. Ha una sorella che vive in Canada, e dalla lettura di una lettera appena arrivata scopriamo che è vedova da qualche anno ma non ha alcuna intenzione di risposarsi.
Di questa vita fanno parte anche clienti abituali, con i quali Jeanne si prostituisce e che la passano a trovare ogni settimana nello stesso giorno. Pure con loro la ritualità non ammette varianti, incastonati in movimenti che sembrano girare all’infinito attorno allo stesso perno.
Jeanne in apparenza non ha un momento libero: tutta la meticolosità che mette nelle faccende di casa richiede impegno e un ritmo costante. Mentre apparecchia, o cucina, o si fa il bagno, Jeanne è immersa in ciò che sta facendo come se il suo affondare in un eterno presente non consentisse alternative; nemmeno i barbagli di luce proiettati sulle tende delle finestre, che immaginiamo provenire dalla strada trafficata dove abita, la distolgono da ciò che sta facendo.
Come disse Hitchcock a Truffaut, il cinema è la vita senza le parti noiose. Chantal Akerman, a soli 25 anni, dirige un film in cui la vita si riappropria di tutti gli spazi che le esigenze di copione tengono sempre fuori dal girato. La pellicola dura 3 ore e 23 minuti, ma per qualche alchimia ipnotica difficile da rendere a parole il tempo dello spettatore scorre insieme a quello di Jeanne, come se le giornate di questa donna fossero l’anestetico contro un dolore collettivo.

Ma durante il secondo giorno, dopo l’incontro con il cliente, qualcosa cambia: segnali impercettibili (un coperchio non riposto, un bottone perduto) attestano che qualcosa sta succedendo, che la perfezione immobile del ritmo fino a quel momento circolare ha iniziato a incrinarsi. E’ come una valanga, che si preannuncia con piccole palle di neve che saltellano verso valle.
Alcuni richiami ad altre esperienze registiche (Yasujirō Ozu per le inquadrature fisse all’interno delle quali si svolge l’azione; Dillinger è morto di Marco Ferreri per l’apparente inazione del protagonista) sono solo brevi suggestioni. L’abitudine dentro la quale Jeanne ha inscatolato la propria esistenza è una coperta di Linus felpata e accogliente che solo in apparenza non presenta alternative. Una vita ordinaria vissuta con impegno e dedizione, senza sussulti, ma pronta a deflagrare in modo inatteso. Capita, quando l’anestetico diventa parte integrante di un’esistenza e il desiderio di cambiare si scontra con la volontà di resistere.








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