La figlia oscura (USA, Israele, 2021, titolo originale The Lost Daughter). Regia: Maggie Gyllenhaal. Interpreti principali: Olivia Colman, Jessie Buckley, Dakota Johnson, Peter Sarsgaard, Oliver Jackson-Cohen, Paul Mescal, Ed Harris, Dagmara Domińczyk

L’attenzione è la forma più rara e più pura della generosità
Simone Weil

Leda Caruso, docente di letteratura comparata in un’università americana, arriva su un’isola greca dove ha affittato un appartamento per passare alcuni giorni di vacanza in compagnia dei suoi libri. Ma la quiete della spiaggia dove ha affittato un ombrellone viene interrotta da una famiglia americana di origine greca, numerosa e rumorosa, che da anni affitta una villa sulla scogliera. Leda non riesce più a leggere e inizia ad osservare le dinamiche che si intrecciano davanti a lei. Conosce Callie, quarantenne con una gravidanza molto avanzata, e sua cognata Nina, che si occupa di Elena, la figlia, piccola e difficile da gestire.

Superata la diffidenza iniziale, Leda comincia a parlare con le due donne, soprattutto dopo che ha aiutato la madre e ritrovare Elena, che si era persa facendo preoccupare tutti quanti. Leda è sola, e le sue conversazioni con l’anziano custode dell’appartamento e con il ragazzo che si occupa dello stabilimento balneare sono sparuti momenti di socialità che non hanno seguito. Vedendo da pochi metri di distanza le quotidiane difficoltà di Nina con la figlia riaffiora lentamente alla memoria quanto visse a sua volta con le sue bambine quando avevano l’età di Elena.

Divisa tra doveri materni e desiderio di successo in ambito accademico, impegno cui dedicava ogni minimo spazio lasciato libero dalle figlie, Leda scopriva tutte le difficoltà di una donna che non vuole sacrificare la propria carriera ai doveri di madre. Una maternità difficile per i capricci delle figlie che non riuscivano a trovare nella madre la giusta attenzione, un lavoro che non consentiva distrazione alcuna, un compagno evanescente poco collaborativo e una carriera sul punto di decollare: tutto spingeva Leda lontano dal ruolo che natura e cultura, insieme, le avevano assegnato: quello di madre amorosa cui società, ambiente, compagno, non offrivano possibilità di scelta, un’alternativa al sacrificio. Sulla spiaggia assolata Leda si specchia così in Nina, legge dentro di lei il desiderio di fuga insieme al peso che la maternità le impone di affrontare. E Leda torna a rivedere se stessa, anni addietro, partire per un convegno accademico e ritrovarsi lontana senza soffrire, disegnandosi la vita come centro di gravità della propria crescita professionale e non come satellite delle sue bambine.

Nel corso del film gli uomini, di qualsiasi età, appaiono come sbiaditi, dentro lo schema in cui li ha intrappolati la coazione a sedurre o il desiderio di potere. Le donne invece si parlano, si ascoltano, ma senza alcuna sorellanza, chiuse ciascuna nel proprio timore di non essere una buona madre. Danzano tutte attorno a un tema tabù che si apre scena dopo scena sempre più veloce, come i petali di un fiore che si schiudono in timelapse, facendo rimbalzare il racconto da un oggi solitario e riflessivo a un passato pieno di caos e di futuro, in cui speranze e aspettative erano ancora tutte lì, pronte per essere vissute al massimo del proprio potenziale. Quel potenziale che due figlie piccole, esigenti, onnipresenti, finivano quotidianamente per smorzare.

Non pensiamo sia un caso che questo film abbia ricevuto premi e plausi della critica ma sia stato un fiasco al botteghino: va a invalidare una teoria che i racconti delle nonne, la pubblicità, il cinema, la letteratura e tutte le arti ci hanno sempre declamato senza ombre di dubbio; a negare che essere madre sia una gioia, il completamento di un’esistenza, il prolungamento di sé nel mondo che sarà. Racconta, piuttosto, la fatica di contenere piccoli esseri petulanti, egocentrici, bisognosi di cure e di attenzioni, privi di qualsiasi autonomia, che si perdono su una spiaggia causando preoccupazioni in tutta la tribù che li accompagna.

Leda non è pentita, né pensa che avrebbe potuto fare qualcosa di diverso. Su quella spiaggia si rivede e non si assolve, ma inizia forse un percorso che la porterà a fare pace con se stessa.