La recente opera cinematografica di Juan Antonio Bayona (‘The Impossible’, ‘Jurassic World’), attualmente disponibile su Netflix, offre uno sguardo coinvolgente sulla vera storia di una squadra di rugby uruguaiana, la cui epica lotta per la sopravvivenza si è svolta sulle maestose Ande nel 1972.

Nonostante il tema sia stato precedentemente affrontato nel film ‘Alive’ del 1993, diretto da Frank Marshall, ‘La Società della Neve’, candidato spagnolo al Miglior Film Straniero agli Academy Awards 2024, si distingue per la sua unicità e profondità narrativa.
Una dettagliata testimonianza, ispirata al libro del giornalista uruguaiano Pablo Vierci del 2009, ha dato vita a questo film attraverso un’approfondita interazione sia con i sopravvissuti che con le famiglie delle vittime. La reinterpretazione, in lingua spagnola, si distingue per la sua robustezza sia fisica che spirituale, con un cast di attori latinoamericani, relativamente poco noti, chiamati a interpretare i loro personaggi nelle difficoltà di un’ambientazione estrema. Affrontando le sfide delle riprese in condizioni avverse, gli attori hanno seguito anche un rigoroso programma per perdere peso, contribuendo a conferire autenticità alla rappresentazione di un gruppo bloccato in una situazione estremamente avversa.
Nonostante le riprese siano state condotte da un team nel luogo originario della tragedia, la maggior parte delle scene è stata girata nella più accessibile catena montuosa della Sierra Nevada in Spagna.

Bayona si dimostra, ancora una volta, maestro di imponenti scene cinematografiche: lo schianto dell’aereo è una sequenza in cui si percepisce ogni sussulto. Dai primi segni di turbolenza, animati dai giovani passeggeri che giocano ad essere coraggiosi, la situazione evolve in una spirale angosciante quando l’instabilità cresce, trasformando le battute leggere in preghiere disperate. Il tonfo assordante cede il passo a un inquietante silenzio prima dell’impatto, quando l’aereo colpisce una montagna delle Ande nell’estremo ovest dell’Argentina. Dodici persone, compreso l’intero equipaggio, muoiono all’istante, altri perdono la vita a causa delle ferite nei giorni successivi, altri riescono a sopravvivere. Questi ultimi rimangono intrappolati per 72 giorni, fino a quando le condizioni climatiche più miti consentono a due di loro, Nando Parrado e Roberto Canessa, di intraprendere un’escursione di dieci giorni in Cile.

Ricordiamo tutti l’elemento più destabilizzante della nota vicenda: l’atto di cannibalismo compiuto verso i compagni deceduti. La tattica radicale, adottata per sopravvivere agli interminabili giorni di freddo torrido e tempeste di neve, è qui presentata con una certa sensibilità che sfida il pubblico a riflettere sulla condizione umana di fronte all’inesorabile lotta per la vita.
In questa situazione intensa, ci troviamo di fronte all’effetto della dissonanza cognitiva in situazioni di crisi estrema, una teoria proposta dallo psicologo sociale Leon Festinger. Questo fenomeno si manifesta quando un individuo si trova a vivere un conflitto tra le sue credenze o valori e le azioni che è costretto a compiere.
Nel cuore della trama, questa teoria emerge come un elemento cruciale per sondare le dinamiche psicologiche dei personaggi. Possiamo esplorare le riflessioni, i dubbi, le emozioni, i conflitti, attraverso le parole di Numa Turcatti, figura chiave nella storia. La sua iniziale esitazione di fronte al cannibalismo, motivata da conflitti religiosi e morali, mette in evidenza la tensione tra la necessità di sopravvivenza e il rispetto dei propri valori morali.
L’analisi della gestione di questo conflitto nel gruppo di sopravvissuti aggiunge ulteriori sfumature alla trama. Le dinamiche interpersonali diventano terreno fertile per tensioni e sfide, poiché ciascun individuo si sforza di giustificare le proprie azioni di fronte alle divergenze morali degli altri. Questo aspetto contribuisce a rendere la storia più ricca e complessa, offrendo uno sguardo approfondito sulle sfaccettature della psiche umana in situazioni estreme.

È ammirevole che Bayona e i suoi co-autori abbiano rispettosamente rifiutato di sfruttare gli aspetti più macabri di quella scelta disperata. Il dramma rimane soprattutto psicologico, poiché la fame prende il sopravvento e i resistenti, uno dopo l’altro, ammettono la sconfitta, con il malato Numa tra gli ultimi. Quando un passeggero morente dà ai sopravvissuti rimasti il permesso di mangiare il suo corpo per rimanere in vita, si stabilisce la connessione tra i vivi e i morti che lega il gruppo in una società segreta, come suggerito dal titolo.

“Prendetevi cura gli uni degli altri e raccontate a tutti cosa abbiamo fatto tra le montagne”

La storia, incentrata sui sopravvissuti sospesi tra la vita e la morte, ci conduce a una domanda cruciale: se l’evento drammatico che ha cambiato le loro vite sia stato un miracolo o una tragedia. Anche se la risposta è esplicitata dalle parole di uno dei sopravvissuti verso sua madre: “ma quale miracolo, mamma”.