“ Il lavoro rende iberi? ”

La zona d’interesse è un film drammatico del 2023 diretto da Jonathan Glazer che ha partecipato al festival di Cannes nel 2023 della durata di 105 minuti ed è tratto dal romanzo del 2014 scritto da Martin Amis.

Nero. Buio. Suono assordante e rumore continuo tanto da far immergere lo spettatore in un abisso soffocante. 

Così inizia il racconto di Rudolf, comandante del campo di concentramento di Auschwitz e della sua famiglia composta da moglie e cinque figli. 

La figura di Rudolf è realmente esistita e fu proprio lui che fece issare sul portone principale dell’ingresso di Auschwitz, il celebre motto “Arbeit macht frei”, il lavoro rende liberi. Alla base del racconto c’è la vita apparentemente consueta e conforme di Rudolf Höss (Christian Friedel) e della moglie Hedwig (Sandra Hüller), che insieme ai figli si sono ritagliati una vita tranquilla nel bel mezzo della cosiddetta zona d’interesse, termine adottato dai nazisti per riferirsi all’area di circa 40 chilometri quadrati intorno ad Auschwitz. 

La famiglia all’apparenza rassicurante e felice vive in una villa immersa nel verde, con tanto di piscina, serra e tutti i confort che si potevano desiderare; un vero angolo di paradiso. Un muro di cemento separa la casa e tutta l’apparente normalità dall’orrore del campo di concentramento. Le vite scorrono tranquille, i figli vanno a scuola, Rudolf apre il cancellino e passa dalla realtà casalinga alla realtà dello sterminio con estrema leggerezza e facilità mentre la moglie sorseggia il thè con le amiche. 

Il film non ha una trama che si sviluppa, è un frame, uno spaccato, direi quasi un eco sordo che fa capire benissimo cosa accade al di là del muro senza farlo mai vedere. 

Le riprese sono magistrali; panoramiche che hanno sempre un macabro dualismo che fa stridere l’occhio dello spettatore tra la tranquillità quasi silenziosa e l’orrore assordante, con solo il muro che divide tutto. 

La signora Edwig è una figura che in un certo senso vive ulteriormente in un mondo parallelo: si fa arrivare capi costosi e pellicce che non avrà mai occasione di indossare, rossetti che si mette per poi togliere immediatamente, una vita sognata ma fuori di lì, che la fa stare in una gabbia dorata. In gabbia come i prigionieri di Auschwitz che con le loro urla e grida fanno da accompagnamento alla quotidianità dei figli che giocano e ridono in piscina e della moglie che coltiva fiori. 

L’unica nota di umanità di tutto il film è una ragazzina che si aggira di nascosto nella notte per lasciare cibo ai prigionieri. La figura è volutamente visibile tramite la ripresa a termoscanner per simboleggiare il calore umano contro la freddezza della famiglia di Rudolf, dove alle volte sembra accorgersi solo il cane inquieto, di ciò che sta accadendo.

Un giorno va a trovarli la madre di Edwig e nota compiaciuta come la figlia si sia sistemata, ma quando durante la notte è svegliata dal bagliore dei forni crematori che stanno bruciando corpi, decide quasi contrariata da quell’orrore di non farsi trovare l’indomani mattina. Per gli altri membri della famiglia basterà tirare la tenda per far finta che tutto ciò non esista.

Il dramma incombe quando Rudolf viene elevato a capo di tutti i comandanti dei campi di concentramento, ma questo implica un trasferimento non voluto dalla moglie che pur di non perdere tutto decide di mandarlo da solo e non seguirlo. Durante il film sono presenti anche scene legate ad una sessualità perversa e infedele ma che si evincono da immagini mai volgari o esplicite. Protagonista indiscusso accanto all’immagine è il suono che per tutta la durata del film è sapientemente scelto dal regista per rimarcare e sostenere la scena. Questa è una delle caratteristiche più forti del film: mandare un chiaro messaggio senza esplicitarlo, con il solo ausilio dell’immagine e appunto del suono. 

Nel finale c’è la discesa dalla scala di Rudolf che non è più così invincibile perché vomita sangue come a simboleggiare la caduta del nazismo e il campo di concentramento di Auschwitz ai giorni nostri come a sottolineare le conseguenze orribili di tutto quel lavoro descritto minuziosamente nelle riunioni fatte per decidere come gassare più velocemente i prigionieri. 

Ancora nero,buio e un urlo continuo e assordante che fa da degna conclusione ad un terribile pezzo di storia che nessuno di noi dovrebbe mai dimenticare.