L’altro volto della speranza (titolo originale Toivon tuolla puolen, Finlandia, 2017) . Regia. Aki Kaurismäki. Interpreti principali: Sherwan Haji, Sakari Kuosmanen, Ilkka Koivula, Janne Hyytiäinen, Nuppu Koivu, Tommi Korpela, Simon Hussein Al-Bazoon

Quando sul piano sociale si è perso tutto, non resta che la fierezza. I pregiudizi sono un privilegio delle classi superiori. Nei ricordi dei campi di concentramento di Primo Levi e di Jorge Semprun comprendiamo che quando persino la dignità fisica dell’uomo viene frantumata dalla macchina fascista, è possibile mantenere il rispetto di se stessi.

Aki Kaurismäki

La poetica di Kaurismäki colora i personaggi con un abbraccio caldo, la sua ironia accompagna i dialoghi, inquadrature hopperiane le scene, musiche da balera finnica gli stati d’animo dei protagonisti. Alcune persone accolgono senza fare domande, altre possono arrivare a minacciare e uccidere, alcune istituzioni pubbliche respingono senza pietà lo straniero, altre sanno invece offrire una porta laterale come via di fuga. Le storie del regista finlandese lasciano un retrogusto dolce, quasi che al male non fosse possibile contrapporsi se non riconoscendolo come un compagno di strada e poi andando avanti, senza paura, perché in fondo alla strada una luce, anche piccola, si accenderà sempre.

Wilkström è un uomo corpulento in là con gli anni che inizia il suo percorso lasciando la moglie: appoggia con cura sul tavolo della cucina la fede, le chiavi di casa, e se ne va. Vuole ricominciare, forse perché è stanco della sua vita da commesso viaggiatore, forse semplicemente perché non è mai troppo tardi pere farlo. Dopo una forte vincita a poker subentra nella gestione di un ristorante e comincia così un nuovo lavoro.

Khaled ha poco più di 30 anni e arriva da Aleppo, dove una bomba ha distrutto la sua casa e ucciso tutta la sua famiglia: gli è rimasta una sorella, con cui è scappato dalla Siria ma che ha perso di vista nel suo girovagare per l’Europa. Nascosto in una nave dentro un carico di carbone arriva in Finlandia e inizia la sua trafila come rifugiato per ottenere asilo politico.

I due si incontrano una mattina, dopo una notte passata da Khaled all’addiaccio. Wilkström lo apostrofa irritato, accigliato come sempre; anche Khaled, che vorrebbe poter far parte di questo Paese ma anche qui trova, come in Ungheria, dei naziskin pronti a bastonarlo, non riesce a sorridere. Ma dopo essere stato rifocillato inizia a lavorare alla Pinta dorata insieme al direttore di sala, al cuoco e alla cameriera: questo il nome del ristorante rilevato da Wilkström, che dopo un tentativo di convertirsi al sushi sceglie la cucina orientale.

Con loro il cane Koistinen, che prende il nome dal protagonista di un altro film del regista, in un continuo richiamo alle storie precedenti, come il ristorante, come le navi che attraccano in porto, come il nome di altri personaggi. Uomini sconfitti dalla vita, che da un incontro o da una speranza raccolgono forze che non sanno nemmeno di avere e vanno avanti, fino a quando succede qualcosa che dà un senso al loro incedere. Ma non è un happy end americano, con un’ampia panoramica che enfatizza il riscatto dei protagonisti e la musica che irrompe in scena a sottolinearlo. E’ piuttosto il semplice scorrere delle cose, che si aggiustano con la stessa facilità con cui prima si erano rotte. Non c’è una frattura logica in queste vite, ma un fluire ininterrotto la cui forza è semplicemente quella di mantenere la strada, continuare non tanto a combattere quanto, semplicemente, a svegliarsi ogni giorno per fare qualcosa che dia un senso alla giornata.

La sorte di Khaled è appesa a un filo: la polizia lo cerca, e anche una banda di picchiatori che glie l’ha giurata. Eppure in qualche modo sono le persone come lui, o per soldi o per spirito di fratellanza, ad aiutarlo a ritrovare una dignità che sembrava perduta e a indicargli la strada.

In questa favola contemporanea ci sono pennellate di Zavattini e di Lubitsch, c’è la vita e le persone che la rendono più vera quando aiutano senza un perché. Non c’è un sottoproletariato che scende sempre più in basso nella scala sociale, la politica è lontana alla pari di una tesi da sostenere. La pellicola è uno scorrere verso qualcosa, un racconto attento e insieme poco calcolato, girato per raccontare una storia di persone semplici, capaci di affrontare la propria solitudine senza gesti alteri, ma con una profonda dignità e la possibilità di ritrovarsi dopo essersi persi.