Al di là di Cristo

…..penso che….mi abbia preso in giro” (Principe Lev Nikolaevič Myškin)

Si, principe Myškin, ….Aglàja Ivanovna ti sta prendendo in giro. E come altri ti considerano un ingenuotto, un buono, un essere indifeso, uno stolto che ama la sofferenza altrui, che la sente su di sè….un idiota, per l’appunto, come tu stesso qualche volta ti defiinisci.

L’obiettivo espressamente dichiarato di Dostoevskij, di rappresentare un novello Gesù Cristo nella Russia della metà del 1800, deve innanzitutto tener presente che non ci troviamo di fronte ad una società semplice, arcaica come quella esistente ai tempi di Erode, con un uomo al quale gli era stata affidato un solo obiettivo fornitogli dal Padre: la salvezza dell’umanità attraverso la Resurrezione.

Siamo di fronte, invero, ad una società complessa, socialmente composita, con una aristocrazia in affanno, classi militaresche che si cullano di un passato glorioso, una borghesia mercantile e finanziaria sempre pià desiderosa di spazi di potere, unitamente all’affacciarsi di idee politiche che entro qualche decennio sovvertiranno il destino di quel Paese e di parte del mondo intero.

Una società ed i suoi protagonisti, quelli abilmente tratteggiati nel romanzo di Dostoevskij, che proiettano i mali e i disagi psichici propri delle loro classi di appartenenza, rispecchiandosi in questo multiforme universo: avarizia (Ganja), cinismo (Lebedev), gelosia (Rogozin), bipolarismo (Nastàs’ja Filìppovna), convenzionalismo esasperato (le due famiglie dei generali), incostanza (Aglàja Ivanovna), perbenismo ipocrita (Afanasij Tockij).

In questo contesto arriva un uomo, non depositario di nessuno di questi mali, che affronta tutti con un grazia, un candore innato, puro, cristallino, non forzato, spontaneo. Come se avesse di fronte un altro mondo. Non gli importa la derisione altrui, l’essere trattato male, le offese. Niente. La sua è sempre una reazione volta all’affetto, alla compassione degli altri, ma mai una compassione che sfocià nel pietismo, ma al massimo nella pietà.

E questo sorprende incredibilmente, inaspettatamente, inverosibilmente tutti coloro che lo conoscono. Per tutti l’approcio con il principe segue lo stesso percorso; incredulità, divertimento, sconcerto, ma alla fine, per tutti, ammirazione, profonda ammirazione e stima.

Myskin riesce a calamitare il massimo fascino su sè stesso proprio perchè è completamente diverso dall’umanità di quel tempo, anzi di nessun tempo per come si è sviluppata la storia dell’umanità, E questo unicamente attraverso la sua presenza, il suo sguardo, la sua parola.

Certo, il Principe Myskin è un uomo malato, il romanzo inizia quando Lui ritorna dalla Svizzera dopo essere stato tre anni in cura per epilessia. Non è del tutto guarito, lungo il romanzo ha comunque momenti di stasi, confusione mentale, che peggioreranno sempre di più facendolo regredire allo stato patologico di partenza. Sicuramente questo profilo è importante, quale influsso nelle sue dinamiche comportamentali, a maggior ragione a contatto e quale reazione nei confronti società che gli sta intorno.

Ma qui interessa evidenziare che Myskin non parla di un altro mondo, non parla di “salvezza”, c’è solo qualche accenno di Dio nei suoi discorsi, non differenzia le classi tra ricchi e dei poveri, tra malvagi e virtuosi.

No. Lui, nei confronti di tutti, ha sempre un atteggiamento mesto, di ascolto, spesso di sottomissione, di dolce replica, di confronto nel rispetto dell’opinione altrui.

Ma sopratutto, sempre sincero, schietto, anche quando le circostanze, quelle della società moderna, lo sconsiglierebbero.

E questo disorienta. Chi lo lascia alla fine di un dialogo inizia a dubitare di sè stesso, proprio perchè la figura del Principe non è connaturale ai canoni non solo di quella, ma di nessuna società conosciuta.

L’empatia amplificata ai massimi livelli, anche oltre la realtà delle cose, come sinonimo di grazia assoluta, più elevata di quella divina perchè umana. Questo è l’Idiota di Fëdor Dostoevskij.

Ma chi avrebbe potuto interpretare questo personaggio dotandolgli di quelle caratteristiche??

l’interpretazione del Principe Myškin di Giorgio Albertazzi, nell’adattamento del 1959, è folgorante. Va oltre il personaggio del libro perchè incarna l’immagine voluta e poi rappresentata dello scrittore russo.

La presenza, all’inizio dello sceneggiato, del Principe seduto in una carrozza del treno che lo porterà a Pietroburgo, pietrifica lo spettattore nella sua conformazione visiva: non ha bagagli, ma porta sulle ginocchia un fagottino formato da una tovagliolo a quadrettini.

Un Principe con un fagottino. E questa immagine è il Principe Myskin, l’umiltà che è tale al di là dell’immagine e dei pregiudizi.

Il sorriso, sempre dolce, il tono della voce, basso ma chiaro,e sempre sorridente, ed anche quando è triste comunque si sforza di ridere. Fanciullesco, un dolce bambino che ama gli animali ed i bamibini, parla ai presenti di una asino nella meraviglia di tutti. Ma parla anche della morte, dell’infelicità degli altri, delle sofferenze, di quello che nei circoli borghesi non si dovrebbe parlare, perchè è “sconveniente”, “non è gradito.

E come un bambino sorride e ride quando è felice, quando si sente apprezzato, quando si sente riconsosciuto da chi lo circonda. Ed è triste e sofferente quando vede il dolore altrui.

Una vera e propria opera d’arte, sei puntate attualmente su raiplay, caratterizzate da ottime interpretazioni che vengono cementate da una colonna sonora onirica e spettrale.

Anche questa un’opera….al di fuori del tempo.