Lo scopone scientifico (Italia, 1972). Regia: Luigi Comencini. Interpreti principali: Alberto Sordi, Silvana Mangano, Bette Davis, Joseph Cotten, Antonella Di Maggio, Daniele Dublino, Luciana Lehar, Franca Scagnetti, Guido Cerniglia, Piero Morgia, Dalila Di Lazzaro, Mario Carotenuto, Domenico Modugno

Antonia e Peppino sono due borgatari in lotta con la miseria: hanno cinque figli, vivono in una baracca e contano sui pochi denari che lui riesce a racimolare come stracciarolo. Ma tutti gli anni torna a Roma una vecchia miliardaria americana che, insieme al suo accompagnatore ed ex amante, li convoca nella sua villa per giocare a scopone scientifico.

In questa vicenda i bambini lavorano per aiutare la famiglia mentre sono gli adulti a giocare; ma è l’unico ribaltamento di ruoli previsto dal copione. Perché la lotta di classe, mascherata dietro toni garbati e vestiti eleganti reperiti per l’occasione, sembra non portare ad alcun risultato tangibile.

La rappresentazione delle due coppie è sbilanciata fin da subito: da una parte vivono in sette in una baracca di lamiera, dall’altra in due più varia servitù (cameriere, cuoche, maggiordomi), reclutata per l’occasione del soggiorno romano in una grande villa piena di specchi e di stucchi, che si trova in cima a una collina proprio sopra la borgata. Tanto che la notte, quando la partita va per le lunghe e sembra che la fortuna possa girare, i ragazzini si aggrappano alle reti che dividono i due territori – uno fatto di sterpi e terra battuta, l’altro di viali alberati – sperando di carpire una notizia positiva dalle finestre illuminate.
E in effetti una sera Antonia e Peppino cominciano a vincere, ma la vecchia non consente loro di ritirarsi e rilancia ogni volta, giocando al raddoppio, fino a quando, esausta e apparentemente in fin di vita, grazie a un errore di Peppino vince la partita.

Con le telefonate della cameriera al bar della borgata i sogni dei poveri si erano via via allargati a dismisura, fino a far credere che la fortuna che quella sera stava sorridendo ai due poveracci sarebbe ricaduta su tutta la comunità.

Ma l’atto magnanimo con cui la vecchia inizia ogni partita, un milione di posta regalato ad Antonia e Peppino per consentir loro di giocare, è per lei un semplice argent de poche. Per i due borgatari invece una fortuna alla quale non hanno diritto di accesso, perché non possono trattenerla se non per lo spazio di una notte, per il tempo di un sogno.

Cosa si prova a toccare la ricchezza da vicino, pensare per un attimo di aver dato una svolta alla propria vita, per poi ricadere nella vecchia realtà, sempre identica? E cosa si sente, quando una vecchietta anziana e gentile si trasforma in una virago che perde ogni umana compassione pur di restare attaccata al proprio potere? Dopo la sconfitta provocata da una disattenzione di Peppino, Antonia prova a rifarsi chiedendo a Righetto, gagà da tempo innamorato di lei e giocatore professionista, di fare coppia per spennare la vecchia e il suo compagno. La partita sarà interminabile e coinvolgerà tutta la borgata, che raccoglierà i propri pochi averi per puntarli tutti su un riscatto sognato da sempre.

I due italiani giocano per il denaro, si sentono obbligati a una prestazione che potrebbe cambiare per sempre le loro vite; i due americani invece lo fanno per divertirsi, non sono vincolati a un risultato tangibile, ma solo al piacere della vittoria. E’ un altro modo di sedersi al tavolo, senza la pesantezza di un fardello che si trascina dietro l’obbligo di un riscatto sociale. E’ un altro modo di affermare il proprio potere attorno a un tavolo, indossare un vestito, dare le carte: lo fanno senza vincoli, con l’eleganza di chi sta sopra, di chi non teme di perdere tutto perché sa di poter sempre rilanciare e avere così ogni volta diritto all’ultima parola.