Los colonos (Cile, Argentina, Francia, Danimarca, Regno Unito, Taiwan, Svezia, Germania, 2023). Regia: Felipe Gálvez Haberle. Interpreti principali: Camilo Arancibia, Benjamin Westfall, Mark Stanley, Alfredo Castro, Mishell Guaña, Sam Spruell, Marcelo Alonso, Adriana Stuven

Terra del Fuoco, 1901. In una landa sterminata alcuni operai stanno costruendo una recinzione. Uno di loro ha un incidente e perde un braccio. Un guardiano a cavallo si avvicina, lo guarda sanguinante a terra, e dopo avergli detto che un uomo che non può più lavorare è un uomo inutile gli spara due volte. Poi ordina agli altri di seppellirlo.

Si apre così Los colonos, film d’esordio del giovane regista cileno Felipe Gálvez, imbrattando fin da subito le anime degli uomini con troppo passato che sono giunti alla fine del mondo per inseguire la ricchezza e il potere che la loro terra non era stata in grado di offrirgli. Uomini privi di talento e pieni di ombre, che annegano nell’alcol davanti ai bivacchi e con gesti e linguaggi da macho. José Menéndez, proprietario di terre al di qua e al di là dello stesso filo spinato, ordina al suo guardiano, che ha servito nell’esercito inglese e si fa chiamare tenente, di ripulire tutte i suoi possedimenti dagli indiani, fino al mare. Il tenente porta con sé Segundo, un meticcio dalla mira infallibile e dallo sguardo imperscrutabile;

su richiesta di Menéndez ai due si aggrega anche Bill, un americano finito in Patagonia in cerca di fortuna.
Il loro viaggio non seguirà la classica parabola dell’eroe: non ci sarà un mentore, né una caverna, né una ricompensa.

Un viaggio a perdere, con gli occhi pieni di una terra sconfinata e bellissima, dalla luce abbagliante e dal freddo che fa male, dove gli incontri sono ruvidi, i dialoghi scarni, gli abbracci inesistenti. Questo strano trio, fatto di un impostore, un avventuriero e un mezzo indigeno, costretto a vedere l’inutile mattanza dei suoi fratelli, non costruirà null’altro che scontri e perdite. Altri uomini incroceranno la loro strada, uomini bianchi che come loro uccideranno, uomini più scuri che cercheranno lo scampo da una morte priva di qualsiasi perché.

Il mito della frontiera, da La nascita di una nazione (1915) di David W. Griffith passando per Il piccolo grande uomo (1970) di Arthur Penn ha completato la propria parabola ed è ritornato al punto di partenza. L’uomo bianco e gli altri uomini, quelli diversi e per questo da dominare quando non sterminare, dopo essersi avvicinati per trovare un dialogo si sono di nuovo assestati su mondi diversi. Quello di Segundo è una casetta sull’isola di Chiloé, nella Patagonia cilena, dove un emissario del Governo lo andrà a cercare per chiedergli di raccontare la sua storia. Davanti a una cinepresa Rosa, sua moglie, resterà muta e inespressiva, uno sguardo impossibile da sostenere, contro tutto il mondo che insieme al suo uomo aveva voluto lasciare lontano, e che lo stesso era andato a cercarli.

Per girare la scena finale de La regina Cristina (1933) Rouben Mamoulian disse a Greta Garbo, in partenza sulla barca che la portava lontana dal suo regno, di fissare l’orizzonte e non pensare a nulla. Uno sguardo su cui sono stati scritti fiumi di parole, provando a interpretare ciò che si nascondeva nei pensieri della protagonista e ogni volta scoprendo un vuoto diverso. Lo sguardo di Rosa è altrettanto vuoto, ma il suo mondo contiene un odio insanabile che il corpo e la vita di una donna non può fare altro che provare a contenere. Niente intercalare pieno di “fuck”, braccio di ferro o cazzotti, niente polvere da sparo o sangue sul volto. Rosa è immota e insieme accogliente, odia ma non dimentica di amare, vorrebbe uccidere ma non rinuncia a generare. In un solo sguardo infinito Rosa racconta tutto il mondo che le è stato tolto e che continua a vivere dentro di lei.