L’uomo senza passato (titolo originale Mies vailla menneisyyttä, Finlandia, 2002). Regia: Aki Kaurismaki. Interpreti principali: Markku Peltola, Kati Outinen, Juhani Niemelä, Kaija Pakarinen, Sakari Kuosmanen, Annikki Tähti.

Prendere le cose come vengono, senza lasciarsi andare alla disperazione e provando ad affrontare con pazienza, uno alla volta, tutti i problemi che si presentano e che sembrano essere anelli di una catena che non finisce mai. Lo fa un uomo senza nome, che appena arrivato nella capitale viene malmenato con violenza da tre balordi che lo colpiscono con una mazza da baseball e lo derubano dei pochi averi che portava con sé riducendolo in fin di vita.

Dopo un soggiorno in ospedale durante il quale il suo cuore si era fermato, viene ritrovato in riva al mare da due bambini, figli di baraccati. Inizialmente ospitato dalla loro famiglia e accortosi di non ricordare nulla del proprio passato, trova uno spazio tutto suo in un container affittato a caro prezzo da un guardiano che approfitta delle disgrazie delle persone per arrotondare le sue entrate. Alla mensa dell’Esercito della salvezza incontra Irina, una volontaria timida e incolore, e se ne innamora; poi, parlando ai componenti della banda musicale che mette in musica parole di speranza durante la distribuzione dei pasti, insegna loro il ritmo del rock e li invita ad aggiornare il loro repertorio. Il container viene arredato con un juke-box trovato in una discarica, e un piccolo orto nasce sulla riva del mare, tra i sassi battuti dal vento.

Anche senza ricordare il proprio nome, l’uomo comincia a imbastire con pazienza la trama di giornate con una parvenza di normalità, accompagna con gesti timidi e impacciati un amore che sta per sbocciare, intuisce nel vedere un gruppo di uomini quello che potrebbe essere stato il suo mestiere di un tempo. Fino a quando, coinvolto in una rapina, verrà interrogato dalla Polizia, la sua storia diventerà di dominio pubblico e ritroverà un passato dal quale, probabilmente, stava tentando di scappare.

Il cinema di Kaurismaki lascia addosso un senso di forza quieta e dolce malinconia. Saranno i dialoghi spogli come alberi d’autunno, l’ironia surreale che ogni tanto fa capolino per ritirarsi subito, un pudore nel riconoscersi e ritrovarsi che non ha bisogno di parole ma si accontenta di sguardi e silenzi. Sarà il fumo di sigarette accese di continuo, la consolazione della bottiglie, la musica che accompagna la storia come uno sfondo morbido che la avvolge sfumandone i contorni, e gli eventi negativi scompaiono come orme sul bagnasciuga cancellate dalla lenta risacca del mare.

Poi c’è la musica, tanta: nasce in un bar, da un giradischi, un’orchestra, un karaoke, è dappertutto, e come la luce bassa e limpida del nord accarezza la visione ricoprendola di una doratura leggera.
Aki Kaurismaki è un cantore degli ultimi, ma non ha il vigore civile di Ken Loach né la marginalità cupa dei Dardenne. I suoi poveri, gli ultimi della scala sociale, sono persone a cui nessuno ha ancora insegnato che è proibito sognare; e senza questo divieto si concedono di sperare ancora in un domani migliore, dove ricominciare ogni volta perché una seconda possibilità può sempre sbucare inaspettata.