I LUOGHI E L’INCONSCIO

Lo sguardo umano verso l’oggetto artistico consente di attivare quel flusso cognitivo che può riportarci a vari momenti della nostra esistenza, non solo come limpide reminiscenze , ma anche quale percezione proustiana di sensazioni già vissute.

Ma persone, movimenti, luoghi, dialoghi vanno sempre contestualizzati nel momento in cui si materializzano, nel nostro caso attraverso un film. Perchè quella contestualizzazione ci consente, soprattutto chi ha vissuto in un luogo e ne ha seguito la sua storia anteriore e posteriore nel corso dei decenni, di sviluppare un giudizio comparativo.

E la prima prima opera del 1992 di Mario Martone, “Morte di un Matematico Napoletano” (secondo me, uno dei lungometraggi più sottovalutati della cinematografia italiana), consente, chi conosce il capoluogo campano, una tra le città più stupende e contraddittorie del pianeta, di sviluppare questo esercizio.

Napoli, anno 1959, Maggio.

L’opera si sviluppa negli ultimi 7 giorni di vita di Renato Caccioppoli, professore universitario, matematico di fama internazionale, nipote del rivoluzionario russo Michail Bakunin.

Ci immergiamo pertanto, trascendentalmente, in quello scampolo temporale che precede la nefasta speculazione urbanistica di alcuni quartieri di Napoli ben illustrata poi da Francesco Rosi nel suo “Mani sulla Città”.

Gli squarci sulla Biblioteca Nazionale o Castel dell’Ovo, oppure la funivia da Montesanto, o il Porto, o le Aule dell’Università “Federico II” di Napoli in via Mezzocannone, e non di meno i vicoli della stessa Napoli, ed in particolare quelli completamente vuoti, gialli di tufo, diventano pertanto luogo di reminiscenza nella misura in cui comprendi che esistono solo fisicamente, perchè intorno a loro è cambiato tutto.

E come un filo sottile , il tuo inconscio rimuove l’ostacolo che si frapponeva all’urlo, visionario ma attualissimo, di Eduardo de Filippo, il più grande commediografo del ‘900, che dalle colonne del Corriere della Sera, nei primi anni ’70, urlava ai napoletani: “Fuitevenne!”.

Comprendi, sempre nello stesso istantaneo percorso che Giambattista Vico, Benedetto Croce, Salvatore di Giacomo, lo stesso Eduardo de Filippo, Francesco De Sanctis, Totò, Domenico Scarlatti, Luigi Vanvitelli, e tanti, tanti altri, aleggiano, perchè eterni, su una città radicalmente mutata.

E tra questi vi è, appunto, anche Renato Caccioppoli, interpretato da un maestoso Carlo Cecchi.

Non era un parte facile.

Si trattava di rappresentare un Renato Caccioppoli quale emblema del dissidio interiore, del contrasto tra razionalità matematica ed angoscia personale, colui per il quale la bottiglia ripetutamente abusata ne rappresentava un paradossale momento di lucidità relazionale.

Dove i suoi egocentrici show nelle aule universitarie, la sua sfrontata misogenia, le suonate con il pianoforte di Chopin, il rigetto di ogni forma convenzionale, compendiavano una figura delusa, politicamente sognante, e soprattutto terribilmente sola, il cui carosello di amici, colleghi, mogli, amanti, parenti non riuscivano a ridurre la distanza anche fisica che li separava .

E consequnzialmente, mostrare come una scelta tragica, già presa da tempo, veniva accompagnata da un crollo psichico, che aumentava con il passare dei giorni.

il film è fantastico. Anche per altri motivi.

Perchè è l’opera prima di Mario Martone, regista che (a differenza di alcuni suoi colleghi) ha sempre prodotto opere molto lontane dall’omologazione cinematografica, all’interno di quel filone d’oro tutto partenopeo (pensiamo ai lavori, tra gli altri, di Antonio Capuano, Pappi Corsicato, Giuseppe Gaudino, Antonietta de Lillo, Stefano Incerti).

Lo è anche per il nostro cinema, perché in questo film recitano, tutti insieme, quegli attori, provenienti dal teatro, che rappresenteranno il nerbo pulsante degli interpreti italiani negli anni a venire: Toni Servillo, Anna Bonaiuto, Licia Maglietta, Renato Carpentieri, Andrea Renzi, Roberto De Francesco, Enzo Moscato, Nello Mascia.

Vedere oggi “Morte di Un Matematico Napoletano”, per un giovane, significa soprattutto comprendere che lo squallore dei cantanti cd. neomelodici, la commercializzazione della sceneggiata, l’enfatizzazione delle “gommorriadi” quale modello di vita, e, solo da ultimo, i ridicoli influencer, artisti o meno, di Tik Tok, assorbono dal contesto urbano il peggio tralasciando il sublime. E che tutto ciò con Napoli, con la sua storia pluricentenaria, la sua cultura, il suo stile, non hanno nulla a che vedere.

Ma le due anime devono convivere, per il solo fatto che, purtroppo, non possiamo creare castelli isolati dal resto della giungla…se non nel nostro inconscio.