My Emptiness and I (titolo originale Mi vacìo y yò, Spagna, 2021). Regia: Adrián Silvestre. Interrpeti principali: Raphaëlle Perez, Alberto Díaz, Marc Ribera, Isabel Rocatti, Carlos Fernández Guía, Carmen Moreno, Sergio Reverón

…vuole scoprir se è vero quanto si dice intorno ai nani,
che siano i più forniti della virtù meno apparente,
fra tutte le virtù la più indecente.

Un giudice, Fabrizio De Andrè, 1976

Un quarantenne di colore, di professione musicista, single per vocazione e anche perché il suo mestiere lo porta spesso in tournee, si accorse che tutte le persone (donne, ma non solo) lo avvicinavano per quello che De Andrè avrebbe definito un loro dubbio impertinente. Serge (nome di fantasia) aveva un nome, una storia, idee, opinioni, speranze, aspettative, ma sentiva che le persone con cui entrava in contatto avevano l’unica curiosità di conoscere le sue misure, e questa cosa aveva finito per metterlo profondamente in crisi e spingerlo a iniziare un percorso in terapia.
La storia di Raphäelle Perez non è molto diversa: giovane, bellissima, creativa, con interessi nella moda e aspirazioni artistiche che vuole sviluppare. E’ francese ma vive da qualche tempo a Barcellona dove lavora in un call center. Il film racconta il suo percorso di transizione, da quando acquisisce la consapevolezza di trovarsi in un corpo che non corrisponde a ciò che sente di essere a quando decide di effettuare l’operazione.

In questo tratto di strada molto trafficato di pensieri e persone incontra affetto, timori, repulsione, sorellanza, e tutto il potenziale che il mondo del teatro riesce a tirare fuori dalle persone. Come molte ragazze e ragazzi della sua età, Raphäelle utilizza Tinder per conoscere altri partner, e su questa piattaforma di incontri non si nasconde ma decide di presentarsi semplicemente per quello che è: una ragazza trans.

Barcellona è aperta, vitale, inclusiva, sono rari gli episodi in cui si sente davvero rifiutata, ma ciò che non riesce a costruire è una storia, un progetto di coppia duraturo, perché sente che gli uomini la avvicinano per curiosità, per scoprire qualcosa di diverso, eversivo, raro. Per loro non è una persona, ma un feticcio. Anche chi dimostra di volerle bene poi scompare, spaventato dalla sua diversità.
La macchina da presa segue Raphäelle nei suoi consulti con psicologa e chirurgo, sul posto di lavoro, nelle serate con amici e amiche, alle feste, sulle panchine dei giardini e nei caffè dove incontra gli uomini contattati su Tinder. La segue a casa, nel suo letto, mentre fa l’amore e dopo, sotto la doccia, o quando viene assalita da dubbi e paure. Anche se lei si piace così e non vorrebbe fare alcuna operazione, la realtà quotidiana la spinge continuamente a definirsi, rientrare in una categoria precisa, aderire a un’identità.

Mi vacìo y yò, il mio vuoto e io, racconta dei dubbi che tormentano Raphäelle non per ciò che pensa e vorrebbe, o per gli inevitabili dubbi quando inizia una nuova storia, ma per quello che gli altri si aspettano da lei. Dire “Non sono un alieno” è il suo modo di rivendicare il medesimo diritto di tutte le altre persone a vivere, soffrire, gioire, senza essere viste come un animale raro, un corpo da avvicinare per esplorare le sue differenze da tutti gli altri corpi, per poi rientrare nelle proprie vite sostenute da etichette rassicuranti.
Un film necessario perché regala il punto di vista di una persona che quasi tutti vedono come una mosca bianca. Non una rappresentazione documentaria, ma un percorso fatto di tappe, inciampi, incontri che spesso sono solo apparentemente aperti e leali, perché nascondono comunque un sottofondo di tolleranza che si innesta su una diffidenza irriducibile.