Orizzonte perduto (titolo originale Lost Horizon, USA, 1937). Regia: Frank Capra. Interpreti principali: Ronald Colman, Jane Wyatt, H.B. Warner, Sam Jaffe, John Howard, Edward Everett Horton, Thomas Mitchell, Margo, Isabel Jewell.

Un diplomatico inglese sta cercando di evacuare alcuni connazionali da un aeroporto cinese prima dell’arrivo dell’esercito e di un probabile massacro. La zona è in subbuglio, tutti vogliono fuggire e la folla si accalca sulla pista. Mentre i soldati sparano, l’aereo su cui è riuscito a salire insieme ad altri cinque connazionali riesce a decollare. Con Robert Conway, questo il suo nome, si trovano anche il fratello George, un paleontologo che era in Cina per alcune ricerche, un faccendiere e una giovane donna malata di tisi. Durante il volo scoprono però che l’aereo procede verso occidente e il pilota alla guida non è lo stesso che avevano visto alla partenza. Dopo un rifornimento in una vallata della Mongolia l’aereo riprende il viaggio per poi schiantarsi in una zona disabitata dell’altopiano himalayano. Tranne il pilota, morto nell’incidente, i passeggeri sono tutti salvi; raggiunti da un gruppo di soccorritori, dopo una lunga marcia arrivano a Shangri-La, una vallata sconosciuta al resto del mondo dove vive in pace una piccola comunità governata dal Grande Saggio.

Sentendo prossima la morte, è stato lui a guidarli fino a lì per chiedere a Robert, che nel frattempo ha anche incontrato l’amore, di sostituirlo nella guida di questo piccolo paradiso in terra. Ma il fratello si sente prigioniero e non crede a una realtà così quieta e serena, dove il volo degli uccelli diventa musica e uomini e donne vivono in armonia tra loro e con l’ambiente che li circonda. Decide così di fuggire insieme a Maria, una donna che non vive la stessa felicità degli altri abitanti; vista la pericolosità del viaggio Robert non si sente di lasciare solo il fratello, e parte insieme a loro.

Fu James Hilton, nel proprio omonimo romanzo del 1933 a cui si è ispirato il film, a inventare un mondo perduto incastonato nelle valli del Tibet e così rappresentare l’utopia della vita felice. Come ne La città del sole di Tommaso Campanella qualche secolo addietro, la comunità ideale è governata da un rappresentante del divino. Il suo potere, temporale e spirituale, non nasce dall’investitura popolare ma da conoscenza e saggezza: un sovrano illuminato che decide per il bene di tutti e costruisce la sua utopia già in questo mondo.

Ed è a un passato ideale mai esistito che molti tribuni odierni si richiamano per vagheggiare una felicità passata in cui la terra apparteneva solo ai padri, gli stranieri non esistevano e si poteva vivere nel benessere di tutti avendo davanti a sé un percorso di prosperità. Un passato utilizzato come una clava elettorale, immaginifica e suadente, per proporsi come salvatori da una contemporaneità troppo complessa per essere spiegata da un palco elettorale, una tribuna politica o un reel sui social. Manca il tempo per poterlo fare, ma soprattutto gli strumenti interpretativi: quelli che si acquisiscono con costanza e sacrificio, curiosità e metodo, in tutta una vita di studio, ascolto, spirito critico, rispetto. La semplificazione vince, e quella che Churchill considerava la peggior forma di governo escluse tutte le altre sperimentate finora, ovvero la democrazia, diventa un’arena in cui vince chi fa le promesse più mirabolanti. Anche se l’esame di realtà evidenzia che questa terra promessa non esiste, che essere isolati in una vallata irraggiungibile nell’epoca della rete è di per sé una contraddizione in termini, il mondo ideale evocato raccoglie i consensi e accende i desideri di chi si sente rifiutato qui e ora e spera in un altrove salvifico.