Perfect Days (Giappone, Germania, 2023). Regia: Wim Wenders. Interpreti principali: Kōji Yakusho, Tokio Emoto, Arisa Nakano, Aoi Yamada, Yumi Asō, Sayuri Ishikawa, Tomokazu Miura, Min Tanaka

Il potere delle aspettative è terribile. Andare al cinema a vedere un regista che hai sempre apprezzato, in un film che tratta temi che ti stanno a cuore, con una storia basata su una filosofia che senti affine, e preceduto da recensioni spesso entusiaste, significa che ti sei predisposto a vedere un grande film. E se questo non accade la delusione è più cocente di quanto sarebbe stata se fossi andato al cinema alla cieca, come capita per i film d’essai che arrivano da Paesi lontani, o per le prime della sezione Orizzonti alla Mostra del Cinema.

Hirayama vive solo in un piccolissimo appartamento di Tokyo. Tutte le mattine la sua routine è identica: si sveglia, piega il futon, si lava il viso e sistema i baffi, annaffia le sue piantine, indossa la tuta da lavoro, scende le scale, preleva da una mensola tutto l’occorrente per la giornata, esce in strada, prende un caffè da un distributore automatico, sale sul suo furgone, inserisce una cassetta nell’autoradio e si avvia lungo le strade della capitale per raggiungere le toilette pubbliche e pulirle a fondo. E’ quello il suo lavoro, e lo svolge con grande cura e perizia certosina. Takashi, il giovane aiutante che lo raggiunge spesso in ritardo, tenta di avviare una conversazione, ma con il suo sorriso stampato sul volto Hirayama risponde a monosillabi.

La giornata prosegue: un panino su una panchina di un piccolo parco, osservando una ragazza timida seduta poco distante, un bagno pubblico per ripulirsi a fine turno, un piatto caldo in un take-away dentro gli spazi della metro e poche parole sempre uguali scambiate con il gestore, poi il ritorno a casa e la lettura di un libro alla luce di una lampada, sdraiato sul futon.

Piccole varianti, anche loro rituali, sono le soste alla lavanderia a gettone, presso una libreria in cui acquista dei classici scontati, in un ristorante gestito da una donna che sembra preferirlo agli altri avventori, e dal fotografo al quale porta a sviluppare i rullini delle immagini che scatta al parco.

La vita di Hirayama è tutta qui, giorno dopo giorno dopo giorno: una vita priva schermi e device elettronici, scollegata dall’attualità che irrompe nelle case dai notiziari e da ogni strumento digitale. Hirayama dedica tempo a sé, alle sue piantine, alla lettura, alla cura dello spirito, e sembra così bastare a se stesso, riproducendo le sue giornate in modo sempre identico, come il mantra di un monaco che sull’onda sonora delle proprie litanie ha trovato il senso della vita. Non si scompone nemmeno quando gli piomba in casa Niko, figlia di sua sorella, una sedicenne in fuga dalla madre, che porta con sé sul lavoro e ospita nel suo piccolo appartamento.

L’altro incontro, anch’esso non scelto ma subìto, avviene con un uomo, l’ex marito della titolare del ristorante, che gli confida della propria malattia e gli chiede di prendersi cura della donna. In entrambi i casi le vite che premono davanti alla sua porta, chiedendo spazio e ascolto, rimangono sulla soglia e non riescono a entrare.

Come non essere d’accordo sulla critica alla modernità, sull’importanza dei piccoli gesti, sul centro di gravità che Hirayama sembra aver trovato nella sua routine dentro un mondo che va alla deriva? E ancora sulla scelta di sfogliare un libro invece che scrollare i social, sull’ascolto della grande musica dei suoi vent’anni, sugli autori dei libri che si porta a casa? Ma allora perché si esce dal cinema con un senso di mancanza? Di occasione perduta? Forse perché, a questo splendido affresco immobile, manca il passo successivo, un’idea di futuro, il senso di un percorso, ciò che avrebbe reso davvero completa la ribellione silente del protagonista.
Quello che ha fatto Mohammad Yunus con il microcredito, o che stanno facendo tante start-up sparse per il mondo con il riciclaggio degli abiti, con l’economia circolare, con un’idea di mondo alternativa a quella che combattono: un passo avanti.

Non basta fermarsi e declinare con fermezza e cortesia, in modo quasi invisibile, il proprio no. Occorre mettere in circolo il proprio rifiuto, condividerlo, sostenerlo, accettare che sia messo in discussione. Hirayama, scopriamo da una breve conversazione con la sorella che è venuta a riprendersi la figlia, ha rotto con la propria famiglia di origine. Non sappiamo perché, ma non è questo il punto: ciò che è accaduto ormai è accaduto. Ci manca un dopo, una prospettiva che segua questo quotidiano “Preferirei di no”. Ci manca la costruzione di un senso che possa colorare la vita di Hirayama più di quanto facciano le foto che scatta tutti i giorni alle cime degli alberi, cercando di cogliere il momento perfetto in cui i raggi del sole penetrano tra le foglie tremolanti.

Wim Wenders era stato incaricato di girare un documentario promozionale sui nuovi bagni pubblici di Tokyo, costruiti dopo un concorso internazionale tra i più importanti studi di architettura. Ma una volta arrivato in Giappone ha pensato che da questo materiale avrebbe potuto nascere qualcosa di più grande. Ed è vero, perché ciò di cui abbiamo bisogno per essere felici è già lì ad aspettarci. Lo ha compreso Wenders con la sua scelta, così come Hirayama con le sue giornate. Ma il film del regista tedesco sta girando per il mondo, mentre l’addetto alle pulizie dei bagni di Tokyo continua a sorridere senza che i suoi sorrisi siano in grado di generare frutti.

Hirayama gioca a tris con un avversario misterioso, segnando la sua mossa su un foglio di carta e poi lasciandolo dietro la mensola di uno dei bagni che passa a pulire tutti i giorni. Sorride di questo, e sorride quando lo sconosciuto gli scrive grazie per quella partita a distanza. Ma se la compassione fa parte della nostra natura più profonda e sorge dall’interconnessione tra noi e tutte le cose, è solo questa la distanza minima che Hirayama intende accettare per entrare in relazione con l’altro da sé?