“Povere Creature”, del visionario regista greco Yorgos Lanthimos, è una dissacrante favola dark in un mondo grottesco, che ha come sfondo una Londra vittoriana, con protagonista Bella Baxter, una formidabile Emma Stone che merita l’Oscar a occhi chiusi.

Un film così incantevole e complesso è difficile da relegare in un solo genere. La pellicola, sorretta da una forte struttura narrativa e una scrittura eccezionale, è un intricato viaggio attraverso le sfumature della condizione umana, con il coraggio di mettere al centro del plot il corpo di una donna con la mente candida di una bambina. Partendo da questa audace premessa, Lanthimos purifica il personaggio di Bella da ogni condizionamento sociale. Bella è una donna con il cervello di un neonato, impiantatogli dal paterno dottor Godwin Baxter, uno strabiliante Willem Dafoe (trasformato da un makeup pazzesco che richiedeva sei ore di trucco al giorno), dopo che nella sua vita precedente si è suicidata lanciandosi nel Tamigi mentre era in dolce attesa. 

Il dottor Godwin la cresce e la istruisce proteggendola dall’ambiente esterno che rappresenta il male e il pericolo. Bella vive e reagisce senza filtri o ipocrisia a ciò che scopre, soprattutto nell’intima sfera sessuale. Il regista, maestro nell’arte della rappresentazione cinematografica non convenzionale, ci catapulta ancora una volta in un emisfero surreale ma credibile, quindi possibile, in cui l’essere umano è creatore sia del mostruoso quanto del meraviglioso. Lo stile registico aggiunge profondità e visionarietà all’opera, e ci induce a riflettere sul potere della creatività nel dare forma alle zone dell’animo umano più oscure e straordinarie che compongono la nostra esistenza. Bella, la protagonista, priva di sovrastrutture sociali interiorizzate, è libera come un bambino, come un individuo puro, seguendo il riverbero della riflessione di Carl Gustav Jung che definisce la persona come nulla di reale, e ciò che uno appare è un compromesso fra l’individuo e la società. 

Evitando di diventare una “persona,” termine latino che in principio designava la maschera indossata dagli attori, Bella sfugge alla maschera della psiche collettiva che simula l’individualità. Questa assoluta libertà dalle costrizioni dettate dalla collettività aggiunge ulteriore profondità al percorso di Bella, e consente al regista una messa in scena genuina e provocatoria di ciò che significa essere veramente umani.

Il racconto illustra un traghettamento dall’età dell’innocenza alla consapevolezza del proprio corpo come mezzo per raggiungere il piacere. In questa intima esplorazione dell’anima, Lanthimos inserisce nella storia una serie di mirabolanti sottotesti conditi da un’ironia pungente e molto efficace. Molte scene fanno davvero ridere con battute e situazioni in cui Bella dà il meglio di sè priva di ogni freno inibitorio che quotidianamente moralità e convenzionalità creati dalla società che ci governa ci impone. La libertà della donna è un tema affrontato a viso aperto, senza sconti o censure da vero autore con una propria visione sul mondo attraverso l’occhio della cinepresa. Bella non è un burattino, non ha un copione da rispettare ma è espressione pura di una creatura autentica che sottolinea, come in un autentica fiaba dalle tinte horror, l’emancipazione femminile. I momenti più esilaranti, ironici e comici, sono sicuramente quasi tutte le scene che coinvolgono l’avvocato eccentrico Duncan Wedderburn interpretato da Mark Raffalo in stato di grazia.

Il 95% del film è stato girato in teatri di posa, tranne che per la foresta, regalandoci delle stupende scenografie ricostruite in scala reale, miniature e aggiunta di visual effect. I superbi costumi non cercano spasmodicamente l’autenticità dell’epoca, ma suggeriscono la singolarità vittoriana con un tocco e dei colori contaminati di post modernità e che disegnano Bella come un personaggio fuori dagli schemi. Le musiche e la sonorità disturbante (marchio di fabbrica del regista greco) accompagnano crisi e conflitti interiori dei protagonisti. La stupenda fotografia viaggia tra colore e bianco e nero (disegnando i salti temporali della storia e gli stati d’animo di Bella). Tutto ciò rende “Povere Creature” un viaggio onirico spettacolare da vivere solo ed esclusivamente dentro una sala cinematografica. Girato in pellicola Kodak 35mm (lusso che pochi registi oggi possono permettersi) con un aspect ratio 1:66, il formato di proiezione infatti è tendente al quadrato più che allo spettacolare formato rettangolare, il film di Lanthimos ci guida, lentamente, a riflettere e a riconoscerci esattamente su quella tavolozza di celluloide che viviamo sul grande schermo. I movimenti di macchina un mix di carrelli e steadicam, a volte lenti, a volte veloci, l’utilizzo morboso ma funzionale dello zoom, l’impiego narrativo di inquietanti grandangoli, che deformano la realtà, come le ottiche fisheye che evocano un senso di disorientamento, sono tecniche che il regista ha già utilizzato nei suoi precedenti film e ne confermano uno stile preciso e autentico. Il tutto con inquadrature equilibrate, spesso simmetriche, in linea con il senso del racconto e che ricordano il cinema unico e geniale di Stanley Kubrick a cui Yorgos Lanthimos si è sempre ispirato senza mai nasconderlo. Siamo forse gli avanzi di un sistema che ci sfrutta e ci consuma, che cerca di reprimere le più profonde emozioni e che gradualmente tolgono ossigeno alla felicità autentica? In contrapposizione a quanto si possa vedere al primo strato di visione e lettura del film forse la domanda più autentica è: che non sia l’uomo convenzionale la vera povera creatura?