In questo terzo appuntamento per la rubrica: Racconti per giornate lente, vi consiglio un bellissimo film che potete trovare su Prime Video dal titolo italiano un po’ laconico per la verità: IL RICCIO di Mona Achache (2009) tratto dal romanzo: L’ELEGANZA DEL RICCIO (L’Élégance du hérisson) dell’autrice francese Muriel Barbery.

Parto dal film, che è perfetto per questo tempo estivo, lento ma estremamente vivace e molto spesso divertente.

In un elegante palazzo di Parigi c’è una portinaia invisibile. Non invisibile in senso letterale: è lì ogni giorno, dietro la sua scrivania, con le pantofole ai piedi, un’espressione scostante e un vecchio televisore acceso. La vedono tutti, eppure nessuno la guarda davvero.

Si chiamava Renée Michel. Aveva 54 anni, un’aria trasandata e un gatto di nome Leon. Ma dietro quella maschera da portinaia ignorante, Renée nasconde qualcosa. Solo due persone si accorgono esattamente di cosa, due persone che a loro volta sono sole. Una in particolare si chiama Paloma Josse. Ha dodici anni, figlia di un ministro. Anche lei ha un segreto: è intelligentissima e osserva tutto attraverso una vecchia telecamera che le ha regalato il papa.

Il suo sguardo è spietato e ironico, guidato da un’idea molto chiara: non vuole diventare come gli adulti che la circondano, a cominciare dalla sua famiglia. Ai suoi occhi, sono come pesciolini rossi che nuotano dentro un piccolo acquario, prigionieri di abitudini vuote e pensieri ristretti.
Per questo ha deciso che il mondo degli adulti non faceva per lei. Il giorno del suo tredicesimo compleanno, ha stabilito, si sarebbe tolta la vita.

Proprio perché Paloma osserva gli altri, il mondo che la circonda, una giorno entra nella guardiola a scopre che Renée sta leggendo un libro giapponese: “Libro dell’ombra” di Junichiro Tanizaki, capisce che dietro quella maschera di portinaia trasandata si nasconde una fine intellettuale.

Un giorno, nel palazzo arriva un uomo gentile, elegante, giapponese: il signor Kakuro Ozu. E qualcosa cambia. Anche lui scopre il segreto di Renée attraverso due semplici indizi. Il primo, Renée cita l’inizio del romanzo Anna Karenina: “Tutte le famiglie felici si assomigliano, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.”   E poi, secondo indizio, perché pensa che il nome del Gatto Leon è in realtà un omaggio a Lev Tolstoy.

Tre solitudini, immerse in un mondo di persone che pensano solo a loro stesse, che si incrociano, si riconoscono e possono cambiare la loro vita, almeno ci provano.

Il romanzo L’eleganza del riccio è un racconto che procede in silenzio. Non ha fretta, non cerca colpi di scena, non si impone. Ti accompagna con passo discreto nella vita di due personaggi che non vogliono essere visti, o forse non credono di meritare di esserlo.

Renée è una portinaia parigina di mezza età. Vive da anni in un piccolo alloggio al piano terra, osserva i condomini, rispetta le aspettative, finge di essere semplice e scialba. In realtà ama la letteratura russa, la filosofia, l’arte.

Paloma ha dodici anni, è figlia dell’alta borghesia e si sente già stanca del mondo che la circonda. Scrive di nascosto, riflette sul senso della vita, e medita di farla finita il giorno del suo tredicesimo compleanno.

Due vite parallele. Due forme diverse di invisibilità.

Il romanzo si prende il suo tempo per raccontarle. È colto, a tratti filosofico, ma sempre con uno sguardo ironico, quasi disincantato. Non cerca di commuoverti, ma ci riesce comunque. Forse perché racconta con naturalezza quel bisogno silenzioso che abbiamo tutti: essere visti, ma senza dover gridare.

Quando nel palazzo arriva Kakuro Ozu, un uomo gentile e attento, qualcosa si muove. Renée e Paloma cominciano a cambiare — non con gesti eclatanti, ma con piccoli scarti: un invito, una tazza di tè, una frase lasciata a metà. È così che si entra nella vita degli altri: con lentezza, e senza rumore.