Ritorno a Seoul (titolo originale Retour À Séoul, Francia, Cambogia, 2022). Regia: Davy Chou. Interpreti principali: Ji-min Park, Kwang-rok Oh, Guka Han, Kim Sun-Young, Yoann Zimmer, Louis-Do de Lencquesaing, Hur Ouk-Sook, Emeline Briffaud, Lim Cheol-Hyun, Son Seung-Beom

Freddie Benoit, nata in Corea, è stata adottata da piccola da una famiglia francese ed è cresciuta vicino Parigi. Durante un viaggio verso il Giappone un tifone cambia i suoi piani e la spinge a prendere un aereo per Seoul: alloggiata in un piccolo albergo, inizia a conoscere la città insieme a Tena, la ragazza che lavora in portineria, e a un suo amico. Anche se non aveva programmato questa meta, dopo un’iniziale titubanza si reca presso l’agenzia che 25 anni prima aveva seguito la sua adozione; un’impiegata gentile le spiega che la prassi è quella di spedire due telegrammi, uno al padre e uno alla madre, e aspettare la loro risposta per capire se sono disposti ad incontrarla.

Freddie è decisa nei gesti e nelle parole: sa ciò che vuole e come ottenerlo. Non cerca condiscendenza né vuole piacere, ma avere le risposte che cerca. La lingua delle domande e quella delle risposte sono due mondi differenti, che Tena cerca di avvicinare con amorevolezza, addolcendo le domande di Freddie ai suoi interlocutori e adeguando le risposte ricevute alle capacità della sua amica di accoglierle. Freddie impone i suoi ritmi, le sue scelte, come una regista che esige il completo il controllo sui suoi attori, poco più che manichini da sistemare sulla scena. L’altro è funzionale a colmare i suoi vuoti: non è l’europea colonialista che va all’estero e si comporta con le stesse modalità che userebbe a casa sua, ignorando tradizioni e cultura locale. E’ molto di più, perché la rabbia che si porta dentro traduce ogni gesto in una pretesa.

Quando il padre risponde al telegramma, Tena e Freddie lo raggiungono al suo piccolo paese di pescatori, dove lui le invita a casa e presenta loro la famiglia che si è costruito, fatta tutta di donne: due figlie, una moglie, una sorella e una madre.

La accoglie e inserisce la foto che si è fatto con lei nell’angolo della cornice appesa in salotto che contiene il ritratto ufficiale della sua famiglia. Vorrebbe che lei restasse, e vorrebbe farla sposare a un ragazzo coreano. Ma lei si sente francese, anche se in tutto il film il suo rapporto con la famiglia adottiva è ridotto a pochi scambi in una videochiamata. Il padre piange, e beve, e continua a scriverle, anche quando lei se ne sarà andata.
Poi Freddie torna: dopo cinque anni, poi dopo due, poi l’anno successivo, sempre nel periodo del suo compleanno. La vediamo cambiare di abbigliamento, pettinatura, atteggiamento, ma mai nelle sue certezze. Si accosta così a una cultura che non ha frequentato, una lingua che non ha imparato, tradizioni che le sono estranee, e lo fa vivendo notti alcoliche e rapporti sessuali preceduti da pochi scambi di parole. Lo fa senza mai davvero entrare in contatto con nessuno, prima di tutto con se stessa: crede che una madre che non ha mai risposto ai telegrammi sia una madre che continua a rifiutarla. Quando scopre che finalmente ha cambiato idea ed è disposta a incontrarla, immagina che la risposta ad ogni dolore sia finalmente arrivata, che sia possibile deporre le armi e abbracciare un passato che ha affrontato fino a quel momento combattendo e tornando ogni volta sul suo ring personale per provare a sconfiggerlo.

Le strade notturne di Seoul accompagnano i suoi ritorni, feste chiassose i suoi compleanni, e la musica che sente dentro non riesce a indicarle la strada da percorrere. Ad ogni ritorno cambiano le persone cui Freddie ha delegato la propria evoluzione -il padre smette di bere e tormentarla, la madre finalmente vuole abbracciarla- ma lei rimane ancorata a un dolore triste che sembra impossibile da allontanare. Quasi una polvere invisibile che la ricopre e continua a rimanere in ogni fibra del suo essere.

Davy Chou, giovane regista franco-cambogiano, costruisce attorno alla sua protagonista una costellazione di persone e sentimenti che le ruotano attorno, fatte di abbracci, attenzioni, traduzioni, tutto delicato, tutto gentile, ma che lei sembra non vedere, affondata com’è nel bisogno cieco di trovare all’esterno quella risposta che la vita sembra non riuscire a offrirle.