Semret (Svizzera, 2022). Regia: Caterina Mona. Interpreti principali: Lula Mebrahtu, Tedros Teddy Teclebrhan, Hermela Tekleab, Fanuel Mengstab, Manuela Biedermann, Jocelyn Papp, Mona Petri

Una madre, Semret, bloccata all’interno della vita che si è costruita in un Paese lontano dal suo, e che prova in tutti i modi a tenere accanto a sé una figlia che si sta affacciando all’adolescenza, e quindi al mondo. E una figlia, Joe, che non riesce più a limitare la sua vita alla bolla anestetizzata dentro la quale l’ha rinchiusa la madre. Lo sviluppo del loro rapporto segue i passi di ciascuna nel quartiere di Zurigo dove abitano in un modesto appartamento e dove si trova anche la comunità eritrea della città.

Semret è una profuga eritrea, scappata dalla guerra, che lavora in un ospedale come praticante ostetrica: precisa, puntuale, affidabile, riserva i suoi unici gesti di tenerezza alle puerpere che stanno urlando per il dolore inflitto dal parto al loro corpo. Le accarezza, cerca di calmarle, come riesce a fare nella prima scena del film, cullando un neonato al suono di una nenia della sua terra. Joe è una quattordicenne che inizia a fare nuove amicizie e a dire piccole innocenti bugie alla madre per passare più tempo con le amiche.

Questi primi scricchiolii nella loro relazione spingono Semret a essere sempre più rigida e controllante con la figlia, che a sua volta comincia a reagire ribellandosi a tutti i no della madre.
L’autunno di Zurigo è pulitissimo, oltre che nelle corsie dell’ospedale e negli attrezza della sala operatoria, anche nelle foglie morte sul marciapiede, negli ingressi dei locali e nelle fermate d’autobus, anche se un autista vedendo il colore della sua pelle non la fa salire: ma è solo un piccolo rigurgito di razzismo in una società politicamente corretta ma affettivamente piuttosto latitante. E’ una pulizia che aiuta Semret a tenere lontana la sporcizia che sente dentro, indizio sepolto di un passato con il quale non ha mai voluto fare i conti. Lo sguardo è duro, il corpo rigido, anche quando consente a un uomo, per la prima volta dopo tantissimo tempo, di avvicinarla.

Un problema accaduto in ospedale del quale teme verrà considerata responsabile e l’incontro fortuito con un gruppo A.M.A. (auto mutuo aiuto) saranno le molle in grado di inceppare finalmente i meccanismi di difesa che ormai stanno soffocando la sua vita.

Al suo esordio nel lungometraggio la regista svizzera Caterina Mona costruisce una storia che da una parte ci avvicina a una comunità sottorappresentata quale quella eritrea, e dall’altra esplora un rapporto madre-figlia in cui non è più possibile fermare il cambiamento generato dall’adolescenza, dall’apertura al mondo e dal bisogno di risposte a domande rimaste fino a quel momento inespresse. La mano della regia sfiora con delicatezza il tema sotteso alla trama, lascia intuire senza rappresentare, portando la protagonista con il trascorrere dei minuti a erigere muri sempre più alti attorno alle proprie ferite, che sembra nessuno sia in grado di scalfire. Come se la difesa data dal silenzio e la cancellazione del ricordo potessero essere la risposta a una fame di vita, propria e altrui, che prima o poi passa a reclamare i suoi spazi.