In Sentimental Value di Joachim Trier si intersecano i generi e ne viene fuori un film sontuoso, elegante, bizzarro. Con un incipit folgorante Trier ci immette dentro gli spazi che, lo comprendiamo subito, saranno i grandi protagonisti della storia.

Una casa a Oslo, circondata dal verde, diventa il simbolo e il cuore pulsante dell’intera vicenda. Con una voce esterna che rimanda alla narrazione fuori campo di Dogville, scopriamo che quella dimora da fiabe nordiche altro non è che la casa di famiglia, dove nascite e morti si sono avvicendate.

Ed è la casa a parlare, raccontando le voci che ancora rimbombano in essa, il suo essere leggermente sbilenca, con un difetto allusivo: la crepa che c’è in ognuno di noi per il nostro stesso essere umani. Le mura di legno rossiccio si raccontano attraverso il tema che Nora aveva svolto a undici anni, in cui le era stato chiesto di dare voce a un oggetto significativo. E lei non aveva avuto dubbi: la casa, testimone di tutto, impregnata di segreti, confidenze, risate e lacrime, avrebbe parlato.

Solo su una cosa la bambina era stata reticente: quelli che lei chiamava rumori erano in realtà i violenti litigi fra i genitori. Quando il padre se n’era andato, la casa era diventata più leggera.

Nora e Agnes sono le due sorelle sopravvissute a un’infanzia densa e difficile. La storia racconta la loro vita e il ritorno del padre – un immenso Stellan Skarsgård – rientrato dalla Svezia dopo la morte della ex moglie. A riunirli è quindi un evento luttuoso, che le due sorelle vivono in modo diverso, ma in ogni caso devastante.

Lui è un padre difficile, ingombrante, narciso e affascinante, alla cui presenza Nora si oppone. Eppure Nora è quella più simile a lui, soprattutto per le scelte lavorative. Lui è un regista cinematografico, lei un’attrice teatrale. Il rientro in Norvegia è legato anche al desiderio di realizzare un film sulla drammatica storia familiare, affidando alla figlia il ruolo della protagonista, ma che lei rifiuta, convinta dell’impossibilità della comunicazione fra loro.

Renate Reinsve dà vita a un personaggio umbratile e sofferente, più simile di quanto sia disposta ad ammettere al padre, perennemente in bilico su un crinale pericoloso: quello della depressione.

Un film visivamente bellissimo, in cui ogni scena ci trasporta nel mondo emotivo dei personaggi. Il fascino struggente della natura e degli spazi sembra esaltare la solitudine dei personaggi, cui fa però costantemente da contraltare una ricerca vitalistica e comunicativa e il controcanto ironico che è la cifra stilistica del cinema del regista scandinavo.

Il film si sviluppa a quadri e i vari piani temporali danno vita al vero cuore pulsante del film: noi siamo tempo. E noi siamo anche impregnati delle scelte degli altri, delle loro vicende, anche quando non lo sappiamo – anzi, soprattutto quando ne siamo all’oscuro. Le tempeste emotive di chi ci ha preceduto restano come particelle nell’aria che respiriamoe si attaccano alle pareti delle dimore dove abbiamo vissuto. Non conoscendole, ne diventiamo i destinatari inconsapevoli.

Nora ha introiettato la forza e la vulnerabilità del padre, ma anche delle sue avi. La sorella Agnes sembra essere passata indenne fra le tempeste della famiglia, ma solo perché si è ritagliata il ruolo di tenere cuciti gli affetti.

Il film si costruisce attraverso il dietro le quinte teatrali di Nora e anche attraverso la costruzione dei film di Gustav. Necessita di attenzione perché è anche un interessante laboratorio di metacinema, dove lo spazio teatrale e cinematografico diventa una bottega di narrazione fra realtà e finzione, dove i corpi parlano, si muovono, sentono e vibrano.

I sensi, da questo film, ne escono turbati e storditi, perché Trier non dà scampo. Perché all’ironia di La persona peggiore del mondo aggiunge riflessioni sulle costellazioni familiari. Ed è bellissimo scoprire che, anche se abbiamo passato la vita a opporci al passato provando a definirci, possiamo rilassarci, a un tratto. A respirare, scoprendo di somigliare a loro, ai nostri genitori.