SEX è il terzo, in ordine di uscita (2024), ma il primo realizzato, della “Trilogia delle relazioni” (Sex, Dreams e Love) del regista norvegese: di Dag Johan Haugerud.

Tra l’altro, e non è cosa da poco! DREAMS ha vinto L’Orso d’oro alla Berlinale 2025

Sex uscirà nelle sale italiane distribuito da Wanted cinema il 15 Maggio.

Scritte queste brevi informazioni, cerco di raccontarvi la mia esperienza nel vedere il film, chiaramente usando, come sempre, la lente psicologica.

Il film mi ha sorpreso molto perché in un modo decisamente originale ha descritto la dimensione psicologica che ciascuno di noi, consapevole o meno, affronta nella vita: quella sensazione che Kafka, tanto per cambiare, ha descritto a modo suo, anni e anni fa, con: “La metamorfosi”. Ti svegli e non sai chi sei. Ti guardi e, come dire, ti sembra che tutto attorno a te sia fuori posto, ma non sai nemmeno da che parte cominciare a mettere ordine. Ti domandi, senza neanche volerti troppo fissare: “Cavolo, ma sto vivendo davvero la vita che pensavo di voler vivere? Quello che faccio, quello che penso, tutto ha un senso o sono solo io che mi sono perso nella nebbia?”

Ma andiamo con ordine…

Sex si apre con questi due che chiacchierano in ufficio, il tizio con i baffi, che poi non sapremo mai il nome, ma solo che è il capo, racconta all’altro che ha fatto un sogno stranissimo, ha sognato che il famoso cantante David Bowie lo guardava e lo desiderava come se lui fosse una donna. Questa cosa lo ha molto confuso, unito al fatto che dopo questo sogno la sua voce si è un po’ modificata!

A questo punto l’altro, che invece il nome ce l’ha: Ramone, gli fa una rivelazione ancora più forte: durante un intervento ad un camino, in un momento di pausa, un cliente lo guarda in modo pieno di desiderio e gli chiede se avesse voglia di fare sesso con lui. Ramone rifiuta, esce da quella casa, ma poi ci ripensa, torna ed ha per la prima volta un’esperienza omosessuale completa.

La differenza tra i due è che il primo, quello con i baffi, il capo, rimane sconvolto dal suo sogno e dal racconto del collega, mentre Ramone sembra indifferente a quello che ha vissuto, addirittura lo ha raccontato anche alla moglie, perché no! Del resto è stata una singola esperienza senza nessun significato particolare.

Tutto bene, insomma se non fosse per il fatto che quando ritorna a casa scopre che la moglie è sconvolta e soffre tantissimo per quello che le ha raccontato il marito. Da qui nasce una profonda crisi tra i due che coinvolge Ramone in una serie di domande e riflessioni della moglie, che vuole capire di più. Insomma, Ramone pensava di aver fatto solo una piccola e insignificante esperienza omosessuale e invece le cose si sono complicate parecchio. Adesso la moglie vuole capire chi ha di fronte, cosa desidera, cosa prova profondamente il marito, cosa stanno costruendo insieme ecc.

Sull’altro fronte il capo, l’amico, va in crisi, e insieme al figlio, ma giusto per accompagnare il padre, va da una coach vocale, una di quelle professioniste che evidentemente si occupano di curare la voce dei suoi clienti. In qualche modo lei intuisce qualcosa, anche se lui non ha raccontato del sogno con David Bowie e si è inoltre vergognato di riferirle che canta in un coro della chiesa, in quanto credente; aspetto che il figlio all’uscita gli sottolinea. 

Insomma, come scrivevo all’inizio tutto il film si gioca su questa dimensione pubblica e privata, su questa grande differenza tra ciò che facciamo vedere agli altri e quello che rimane segretamente sepolto dentro di noi o all’interno delle nostre mura domestiche.

La chiave di lettura la propone proprio la coach, quando le cita e poi regala al capo degli spazzacamini, il libro di Hannah Arendt: “La condizione umana”.

Ok, provando a non essere super pesante, cerco di dirvi qualcosa di questa teoria della Arendt.

La sfera pubblica, secondo Arendt, è il posto dove gli esseri umani si incontrano finalmente per essere liberi, per parlare di cose che importano davvero. È il momento in cui, per una volta, non si indossano maschere, non si segue la scia di qualcun altro, e ognuno può dire la sua senza preoccuparsi di quello che pensa il vicino. Insomma, se la sfera pubblica fosse un party, sarebbe quello dove ti senti veramente te stesso, senza la pressione di sembrare perfetto. Qui non ci sono convenzioni da rispettare. È dove la vera politica prende vita: il dibattito, la discussione, e magari, se sei fortunato, qualcosa che somiglia a una vera comunità.

Per Arendt, questo è il luogo della libertà, dove ognuno ha la possibilità di iniziare qualcosa di nuovo. Dove si può fare qualcosa di significativo. E questo “inizio” non è solo filosofico: è concreto. È l’azione, la partecipazione. Non è un incontro per parlare di cazzate o raccontarsi le proprie giornate. È qualcosa che cambia.

La sfera sociale, invece, è un’altra storia. Qui le cose si fanno più noiose, più pratiche. È il posto dove ti ritrovi a fare quello che devi fare per sopravvivere. Lavoro, famiglia, conti da pagare. Come dire, ci sono cose che vanno fatte. Ma non sono quelle che ti cambiano la vita. È più una gestione, una corsa in tondo per mandare avanti la macchina. Non c’è spazio per la politica, non c’è spazio per le idee grandi. Se la sfera pubblica è un luogo di libertà e azione, la sfera sociale è dove tutto diventa piccolissimo, un giro continuo per il pane e il latte.

Arendt, che non era una che andava tanto per il sottile, dice che la sfera sociale ha invaso la sfera pubblica. È un po’ come se avessi un ristorante bellissimo, ma qualcuno decidesse di metterci dentro solo piatti pronti e da asporto. Alla fine, tutto diventa “un bisogno da soddisfare” e tu non hai più voglia di pensarci, perché tanto è tutto da sistemare, è tutto troppo pratico, troppo incentrato sulla sopravvivenza. E dove va la politica in tutto questo? Non ci va.

Il risultato? L’individuo perde la sua libertà politica, perché non ha più la possibilità di agire nel mondo in modo significativo. È come se tutti fossero troppo occupati a rincorrere il “necessario” e non ci fosse più spazio per il “possibile”. E quando la politica diventa solo una questione di denaro, di consumo, di sopravvivenza, quello che perdiamo non è solo il dibattito, ma proprio il senso di essere noi stessi.

In parole povere: la sfera pubblica è dove possiamo finalmente respirare, parlare e fare cose che contano. La sfera sociale è dove passiamo la maggior parte del tempo a sopravvivere, dove le relazioni sono meno autentiche e più orientate a fare il lavoro, e basta. E se lasciamo che la sfera sociale prenda troppo spazio, la politica vera scompare. Arendt lo dice chiaramente: non possiamo permetterci di vivere solo per sopravvivere.

Adesso forse è più chiaro perché questo film, per me è stata veramente una bella scoperta, insieme al suo regista. Film tra l’altro recitato benissimo!

Uscendo dal cinema mi auguro che ciascuno di voi, così come è capitato a me, cominci a riflettere su questa cosa della sfera pubblica e sociale e magari chi sa rifletta su quelli che sono i nostri blocchi, quelle faccende che proprio non vogliamo far vedere a nessuno e teniamo segregate così profondamente che spesso nemmeno noi stessi ne siamo a conoscenza.

A mo di esempio, giusto per fare un po’ di chiarezza – e no, non è che sto per svelarvi un grande segreto tipo “eh, alla fine i due protagonisti scoprono di essere gay” – niente di tutto questo. I due sono eterosessuali e hanno famiglie, figli, ecc. ecc.. Ma la vera bellezza del film, secondo me, sta proprio in questo: nel rompere i facili stereotipi. Non si tratta di scoprire un’altra identità segreta, ma di entrare in contatto con qualcosa di poco conosciuto di noi stessi.

In questo film il tema, sempre secondo me, non è tanto scoprire di essere qualcosa di diverso, quanto piuttosto concedersi la possibilità di entrare in contatto con aspetti poco conosciuti di sé e di poterli condividere con l’altro, senza paura del giudizio, ma come occasione di crescita ed evoluzione personale, e magari anche di coppia.