Silence è un film del 2016 diretto da Martin Scorsese. 

C’è chi dice che gli scrittori scrivano sempre lo stesso romanzo, anche quando affrontano temi lontani l’uno dall’altro; probabilmente la stessa riflessione si può estendere ai grandi registi, che, pur nella difformità dei personaggi e del plot narrativo, finiscono col dare voce sempre alla stessa domanda, pressante come un macigno. È proprio questa la sensazione che si avverte vedendo Silence, ovvero del silenzio di Dio quando viene invocato nei momenti di disperazione. 

Nel 1633 i due giovani gesuiti portoghesi, Sebastiao Rodriguez e Francisco Garupe,  partono per il Giappone, alla ricerca del loro padre spirituale, del quale si dice che abbia ripudiato la fede durante l’ultima persecuzione sferrata dai governatori feudali contro il cristianesimo. I due giovani si addentrano in una terra misteriosa e insidiosa, accolti tuttavia da alcune comunità di poverissimi pescatori convertiti al cristianesimo. Il fervore candido e ingenuo di questi incanta i due preti, la cui fede viene addirittura rinsaldata dall’entusiasmo di questi poveri neofiti. La persecuzione, che continua a imperversare, costringe tuttavia i due alla clandestinità e le prove a cui saranno sottoposti risultano talmente dure da intaccare anche la fede più cristallina. L’interrogativo sembra banale e, tuttavia, antichissimo: riuscirà la fede a resistere sotto la minaccia di torture e morte? Non è proprio attraverso il ripudio del proprio credo e dei propri valori morali più profondi, per quanto estorto con la tortura, che passa la delegittimazione della fede?  

Ma la lettura che il film sembra suggerire, pur nell’assenza di alcun intento didascalico, è meno ideologica e manichea di quanto si possa immaginare. Il paesaggio spettrale pian piano inghiotte i due, insinuandosi nelle pieghe più inaccessibili della loro psiche e ponendoli, così, di fronte alla necessità di riesplorare continuamente i confini della loro fede. Ben presto, infatti, si delinea una profonda differenza fra i due: uno più rigoroso e intransigente, l’altro (che è poi il vero protagonista) più caritatevole, ma anche più esposto alla seduzione della rinuncia. Una natura che appare sempre più impenetrabile e impassibile amplifica il senso di solitudine di Rodriguez e la drammaticità del dilemma morale nel quale si dibatte. È terribile dover scrutare nella voragine del dolore altrui, ma altrettanto difficile è resistere alla seduzione dell’egocentrismo. I toni lividi dei bellissimi paesaggi vogliono forse alludere alla sfida estrema che è quella di guardare dentro se stessi? Il film non indugia in una rappresentazione di maniera del Giappone, ma anzi ne esaspera l’estraneità che gli europei appena arrivati dovettero pur avvertire. Il Cristianesimo di queste comunità, estirpato e il cui ultimo esponente è stato, appunto, padre Rodriguez, era solo un travestimento dei loro stessi antichi culti? Il disvelamento di questa verità lascia sgomento il giovane padre, provocando in lui un progressivo disincanto. Quindi il vero silenzio è quello di un padre che si mostra impassibile alle richieste di aiuto del figlio, ma potrebbe anche essere quello di questi luoghi spettrali che sono paesaggi dell’animo analizzati senza alcun compiacimento retorico. La sofferenza del sacerdote, la complessa evoluzione del suo pensiero sono la storia di un’anima che cerca l’assoluto, che implora la giustizia; ma la vita chiede continui compromessi e patteggiamenti, minando il suo fervore giovanile. È quindi questo un racconto sulle domande della fede, ma anche e soprattutto una riflessione (senza risposte) su come l’uomo cerchi un assoluto che non troverà mai. Quindi nessuna sicurezza mentre si passa dal fiducioso abbandono alle prove più dure e al dubbio e, infine, alla resa.