Le relazioni familiari sono complesse, spesso amaramente complesse.

Quelle che avvengono all’interno delle quattro mura, che sfociano sovente in bisticci, accuse reciproche, pianti, urla, sono tuttavia importanti per comprendere, appieno, l’esatto complesso dei sentimenti che ognuno di noi prova nei confronti degli altri congiunti. Si potrà così pervenire ad un rapido chiarimento o ad una definitiva rottura, comunque il confronto, aspro, consente di addivenire ad una scelta, che oltretutto non dovrà essere irreversibile, perchè c’è tutto il tempo (se si vuole) per poter riparare quello che eventualmente si è rotto.

Il vero problema invece, quello che Ingmar Bergman pone con “Sinfonia d’Autunno” del 1978, riguarda l’ipotesi della riserva mentale che caratterizza (nello specifico) i rapporti tra genitori e figli, quando il confronto diretto non avviene, sostituenddolo con una acquiescenza di comodo, il silenzio, un muro, una mesta rassegnazione al comportamento dell’Altro.

Sicchè la mancanza di un sincero rapporto trascina come un fardello un buco nella nostra coscienza. Un buco che non è detto che si possa un giorno colmare.

Ecco il dilemma: dire sempre quello che si pensa dell’Altro, anche se può far male, o trascinare false relazioni nel corso dell’esistenza fino al punto in cui non si potranno neanche più recuperarle?

Charlotte ed Eva, madre e figlia non si vedono da 7 anni. Due figure completamente antitetiche.

Charlotte, una donna che per sua stessa affermazione ha posto la carriera di concertista davanti a tutto, compresa la famiglia, è teatrale, lamentosa (la causa di tutti i suoi falsi mali è un problema mai risolto alla schiena), boriosa, narcisista.

L’apparenza domina: ed in quanto tale i complimenti di comodo, i sorrisi fasulli, le movenze di circostanza, atteggiamenti fortemente borghesi, la plasmano esteriormente. La classica donna per la quale i problemi non possono occupare la sua esistenza, e se li vede, li evita.

Eva, come abbiamo detto è l’opposto. Sposata con Viktor, pastore protestante, dolce, un pò goffa, distrutta dalla morte di suo figlio Eric a 4 anni per annegamento, intimorita ma felice della presenza della madre che ha invitato nella sua casa, cerca di metterla a suo agio.

Ma il debole idillio iniziale finisce subito quando Eva dice che con loro c’è la sorella Helena, disabile, che era in una casa di cura per volere della madre fino a quando Eva decide di prenderla con se.

Carlotte resta spiazzata dalla notizia, e inizia così quell’atteggiamento sofferente che rappresenta la sua linea di difesa rispetto a tutto ciò che può turbare l’armonia di una vita gioiosa. Vuole incontrare subito la figlia Helena, ma di fronte alla felicità della figlia che si può esprimere solo con suoni gutturali incomprensibili la madre reagisce come di solito attraverso sorrisi e parole di circostanza, per poi lasciare velocemente quella stanza.

Identico il comportamento di Charlotte nella stanza di Eric, ancora intatta dalla sua morte. Davanti al bellissimo discorso di Eva, profondamente religioso, sulla sublimazione della esistenza umana in varie forme non per forza materiali, per cui è ancora possibile sentire la presenza del suo bambino, il suo respiro, Charlotte se ne va non potendo comprendere quella grazia, quella pietà che voutamentente ha lasciato fuori dalla propria coscienza.

Helena ed il nipotino rappresentano quelle ombre che Charlotte rifugge perchè offuscano il suo Ego, la sua rappresentazione di cosa deve essere unicamente la vita: spensieratezza.

Questo il preludio. la premessa al cuore notturno del film, dove le due donne, in uno scontro diretto che arriva dopo troppi anni di ritardo e di silenzi colpevoli, palesano i loro veri sentimenti che sorgono dal rapporto di Charlotte con la figlia quando era una bambina.

Da un lato la paura di Eva, sofferente per i numerosi viaggi della madre in tournèè, per i loro freddi e distaccati dialoghi quelle poche volte in cui stavano in casa insieme, per non essere la bambina che la madre desiderava. Una paura che con il tempo, con la consapevolezza che i suoi erano timori infondati e le ingerenze che la madre aveva nei suoi confronti, si trasforma lentamente in odio.

Dall’altra parte la consapevolezza di Charlotte di aver sbagliato, di non essere stata una buona madre, una madre che accettava il rapporto con il marito ed Eva (Helena era solo un inutile peso) unicamente a condizione che questi si annullassero come persone per identificarsi con il suo Ego.

Ma Charlotte ha compreso l’effetto più deteriore del suo comportamento, anche se il più ovvio: non dando amore, non ha mai ricevuto amore. Ecco la sofferenza di vedere le due sorelle insieme, comunque felici, la dolcezza malinconica di Eva e Viktor nel rivedere il loro bambino morto nelle foto.

Tenerezze, affetti, pietà, di cui comprende la rilevanza vitale ma delle quali ha preferito sacrificarle per il suo successo.

Charlotte il mattino scapperà, non può fare altrimenti. Eva ritorna alla sua melanconia di madre, figlia, e sorella. E noi restiamo a riflettere su un nuovo melodramma di Bergman estremamente realistico.