Tengo sueños eléctricos (Francia, Costa Rica, Belgio, 2022). Regia: Valentina Maurel. Interpreti principali: Daniela Marín Navarro, Reinaldo Amien Gutiérrez, José Pablo Segreda Johanning, Vivian Rodriguez

Faccio sogni elettrici in cui mio padre, quando non riesce ad aggiustare qualcosa
butta per terra, si arrabbia, mi urla, mi insulta;
ci amiamo ad alta voce, a volte a colpi di schiaffi
siamo fatti così, un’orda di animali selvatici; sognare di essere umani;
a volte ci vogliono diversi giorni per capire che la rabbia che ci attraversa non ci appartiene

Uno scoppio di violenza del padre, mentre moglie e figlie rimangono sedute in auto, apre il film. I due coniugi prendono strade diverse: la madre rimane nella casa di famiglia e grazie a un’eredità inattesa inizia a ristrutturarla, cercando un nuovo inizio; il padre invece vaga di casa in casa, ospite di amici artisti, all’interno di cenacoli intellettuali in cui si leggono poesie e scorre molto alcol. Eva ha 16 anni e si ritrova sballottata tra una madre che impone delle regole e prova a ristabilire un ordine minimo e un padre che aspira allo status di artista senza curarsi più di tanto del domani.

Refrattaria alle regole materne e desiderosa di una propria libertà, Eva sceglie il padre e con lui inizia la ricerca di una nuova casa nella quale avere una stanza per sé e la possibilità di crescere lasciando qualche volta tutto il resto del mondo fuori dalla sua porta. Affascinata dalle amicizie del padre, inizia ad osservare gli adulti e le loro fragilità, quasi che l’adolescenza che desidera scrollarsi di dosso fosse un assetto costante che accompagna anche coloro che hanno il doppio dei suoi anni: sguardi di sfida, parole dette senza pensare, progetti avviati e subito abortiti, come idee la cui consistenza non merita uno sviluppo. Più la madre si fa stanziale, spostando mobili e tinteggiando pareti, più il padre si fa nomade, rifiutando ogni proposta immobiliare e cullando le proprie insicurezze all’interno di affetti che vivono lo spazio di una sera. La casa è il fulcro di questo racconto di formazione, in cui le insicurezze di un padre che indossa T-shirt da adolescente, poeta timido e fragile ma anche incapace di controllare una rabbia repressa, fanno da contrappeso al bisogno di stabilità di una ragazza che si sta affacciando alla vita, che sperimenta con il proprio corpo ciò che ancora non conosce, e che lo annusa, lo graffia, lo spella, per testarne i confini.

I sogni elettrici che danno il titolo al film sono l’incipit di una poesia che Eva legge provando a definire il suo rapporto con il padre Martìn. Ricordano i cavi elettrici sospesi sopra le strade di San Josè, che i due attraversano alla ricerca di un appartamento: intrecciati in modo inestricabile eppure indipendenti l’uno dall’altro.

Esordio della filmaker costaricana Valentina Maurel, che lo ha scritto e diretto, Tengo sueños eléctricos vibra di un’energia errabonda che si srotola tra le strade di San Josè, all’interno di famiglie borghesi che vivono disagi profondi anche senza cadere nello spaccio o far parte della delinquenza, snodo narrativo di molte storie che arrivano da sud o centro America. Una figlia affascinata da un padre senza regole lo accompagna lungo un’estate priva di progetti, paziente, affettuosa, fino a quando capirà che deve riconoscerne la fragilità e imparare a proteggersi dalle sue insicurezze. L’epilogo del film li vedrà separati ma ancora complici, uniti da un legame viscerale difficile da interrompere ma, al tempo stesso, impossibile da sostenere. Il gesto con cui Eva riconoscerà il rischio a cui si è sottoposta, la sua richiesta di aiuto, segneranno la distanza da quel mondo dei grandi che alla fine non è altro che una trasposizione delle insicurezze giovanili in corpi segnati e sogni svaniti.