The Waiter (Grecia, 2018). Regia: Steve Krikris. Interpreti principali: Aris Servetalis, Giannis Stankoglou, Alexandros Mavropoulos, Chiara Gensini.

Renos è cameriere in una pasticceria di Atene che sembra rimasta ferma agli anni Settanta, così come le pareti degli ambienti in cui si svolge gran parte del film. E’ sempre stato cameriere, non ha mai fatto altri lavori né saprebbe farli. E’ pignolo nella preparazione dell’abbigliamento da lavoro, nella pulizia delle scarpe, nei riti quotidiani che mette in atto nel suo appartamento, pieno di piante e stampe alle pareti ma privo di ogni gadget elettronico. In questo film non c’è una telefonata, una conversazione, nessun accenno a Internet o ai cellulari. Forse perché la vita di Renos è ristretta nei suoi spazi angusti, senza possibilità di esplorarne altri, reali o virtuali che siano.

Renos ha una conoscenza delle cose enciclopedica, recita con esattezza le definizioni degli oggetti, ma è un uomo profondamente taciturno: le conversazioni sul lavoro sono avviate e sostenute solamente dal suo collega, al quale spesso risponde a monosillabi pur condividendo molte ore insieme. Gentile e impersonale con i clienti, l’unico sussulto della sua immaginazione è relativo a una coppia di avventori che frequenta il locale e alla loro storia d’amore clandestina, che si chiede se potrà avere o no un seguito.

Poi la sua routine improvvisamente si interrompe: una sera scende in strada a buttare la spazzatura e intravede tra i rifiuti il braccio tatuato di Milan, il vicino dell’appartamento di fronte che era scomparso da qualche giorno. Torna in casa e, invece di avvisare la polizia, rimane alla finestra fino a quando il cassonetto viene svuotato con tutto il suo contenuto nel camion compattatore. Dopo qualche giorno l’appartamento di fronte viene occupato da uno strano uomo senza nome, che gli comunica che Milan è partito per una trasferta di lavoro lasciandogli le chiavi.

Il nuovo vicino lo invita a cena e gli presenta Tzina, la sua donna. Pur consapevole dei rischi che corre, Renos inizia a frequentarlo: forse per capire cosa è successo o forse per iniziare a percorrere una strada del tutto sconosciuta. Fino a quando questo triangolo fatto di profondi silenzi e pensieri appena sussurrati porterà alla dissoluzione di ogni precedente equilibrio: chi ha tirato la corda, chi si è fatto trascinare e chi è rimasto ad osservare, ognuno dei tre personaggi era in attesa di una svolta salvifica che rimettesse in circolo energie sopite o accumulate troppo a lungo.

Nel suo lungometraggio d’esordio di cui firma anche la sceneggiatura Steve Krikris, americano di origine greca con esperienza di corti pubblicitari e video aziendali, fa quello che ha fatto Renos: va alla ricerca di qualcosa di completamente diverso rispetto a ciò che aveva fatto fino a quel momento. Quindi inquadrature fisse e camera statica, colori spenti, una colonna sonora con atmosfere vintage, lunghi silenzi in cui intuire gli obiettivi dei personaggi, mai chiari e lineari. Se la vicenda prende spunto da un fatto di cronaca nera cui lo stesso regista aveva assistito da giovane (l’omicidio di un vicino di casa), il suo sviluppo noir si alterna a un allentamento dell’assetto esistenziale del protagonista, che lo spingerà lungo strade che non avrebbe mai pensato di percorrere. Solo a quel punto si chiederà se è disposto a proseguire fino alle naturali conseguenze delle sue scelte, oppure se il cambiamento intrapreso è stata solo una digressione all’interno di una vita con una velocità di crociera troppo difficile da modificare.