Un borghese piccolo piccolo (Italia, 1977). Regia: Mario Monicelli. Interpreti principali: Alberto Sordi, Shelley Winters, Romolo Valli, Vincenzo Crocitti, Renzo Carboni, Enrico Beruschi, Edoardo Florio, Renato Scarpa, Paolo Paoloni.

Padre e figlio stanno pescando insieme lungo un fiume tranquillo: Mario, il figlio, si è diplomato ragioniere e il futuro lo aspetta. Giovanni, il padre, ha appena preso un luccio, lo appoggia su una pietra e gli spacca la testa con un sasso per poi eviscerarlo direttamente sul posto. Fatti pochi passi, rientrano nella baracca che hanno allestito come casa di campagna e lo mettono in padella. Oggi una scena del genere, l’uccisione di un animale ancora vivo, non sarebbe più ammessa sul grande schermo, ma non fu quello a spingere la censura a vietare il film ai minori di 14 anni.

Sono veramente tante le metafore e le chiavi di lettura psicologiche di questo film che diventa difficile scegliere. C’è, innanzitutto, l’amore infinito di un padre per il suo unico figlio: noi spettatori lo vediamo un po’ bambacione ma per il padre è il “ragionier Vivaldi”, un ragazzo che una volta conseguito il diploma potrà entrare al Ministero dove il padre lavora dalla fine della guerra e avere così un futuro assicurato.

Poi c’è Amalia, la moglie casalinga e un po’ insipida che viene ignorata dal figlio e osteggiata, quando non insultata, dal marito. Giovanni ha sperato per tutta la vita che il figlio venisse assunto al Ministero, e ora che c’è un grande concorso la possibilità si fa concreta e smuove tutte le sue conoscenze, e scende a qualsiasi compromesso, pur di assicurare al figlio un posto tra i vincitori.

Il talento inarrivabile di Mario Monicelli nel descrivere le miserie umane, variando dal registro grottesco a quello tragico, trova in questa pellicola una delle sue migliori espressioni: la vita dei ministeriali, le loro piccole frustrazioni, le avidità minori e le invidie, tutto è raccontato attraverso dialoghi e situazioni che evidenziano il peggio di ciò che un uomo (e nel corridoi e negli uffici sono quasi tutti uomini) può costruire all’interno di una grande organizzazione. Eppure è proprio lì, in quei meandri avariati di solitudine e impregnati di frustrazione, che Giovanni immagina il futuro di suo figlio. Il suo servilismo si spinge fino ad accettare una scelta che cozza con i suoi principi religiosi, ma gli dovrebbe garantire l’assunzione.

Poi un imprevisto manda all’aria tutti i suoi progetti e la favola che aveva immaginato per Mario, senza mai chiedergli se volesse viverla, va in frantumi in un istante.

Ed è a quel punto, alle soglie della pensione, che Giovanni si trasforma da mite travet a spietato vendicatore, e da marito egoista a compagno premuroso. Non ha un piano o un’idea di mondo cui aderire: sa solo che il suo è andato in frantumi, sua moglie non riesce più a muoversi e a parlare, e non sarà la giustizia degli uomini a ridargli il sogno che aveva cullato per sé e suo figlio.
Giovanni mantiene tutte le insegne che prima lo confinavano in un ruolo di perdente: la sua Autobianchi Giardiniera con portellone posteriore, il cappotto liso, la coppoletta da anziano, la baracca sul fiume. Ma la ferocia che adesso lo morde da dentro lo ha trasformato, trasferendo su un altro essere vivente la violenza che all’inizio aveva agito sul pesce. Lo avevamo intuito prima, quando sul tram aveva sollevato uno sguardo di condanna su un giovane che era salito con una radio all’orecchio, impegnato a ballare e incurante degli altri passeggeri; uno sguardo diverso da quello d’amore che aveva sullo stesso tram per il figlio, con cui raggiungeva il Ministero per presentarlo alle persone che lo avrebbero potuto aiutare.

Nella sua baracca, adesso, una vespa cerca di uscire ed evadere da un ambiente chiuso che la sta uccidendo. Batte stolidamente contro il vetro, volando sempre verso la stessa superficie e rimbalzando ogni volta, fino a quando le forze vengono meno e muore. Non c’è stato bisogno di agire, le forze si sono esaurite, la volontà di vivere è scemata, e Giovanni è rimasto solo. Un vecchio che legge il giornale ai giardini, appisolandosi senza più nessun motivo per andare avanti. Ma la rabbia è un carburante in grado di riattivare anche il motore più spento.

Questo film rappresenta la pietra tombale, definitiva, sulla commedia all’italiana. L’ironia iniziale vira presto verso il sarcasmo e approda al grottesco in una delle scene più perfide che Monicelli abbia mai girato, quella del deposito del cimitero: è un caos assoluto, dove non si sa più chi pregare, dove sono i propri morti, dove manca ogni rispetto per chi piange e cerca pace. Forse proprio lì, in quel luogo di dolore privo di ogni rispetto per chi vive e per chi è morto, nasce il desiderio di rivalsa di Giovanni e muore la voglia di raccontare un Paese che aveva smesso di uscire dalla guerra e stava entrando negli anni bui del terrorismo.