L’autismo nella famiglia: un equilibrio tra amore, stanchezza e possibilità

Scrivere di “Il figlio più bello”, film di Giovanni Piperno e Stefano Rulli, non è semplice, perché è un film che chiede una certa onestà nello sguardo. È un documentario attraversato da una leggera e drammatica poesia, che racconta la storia di due genitori, intellettuali immersi nel cinema e nella scrittura, alle prese con la crescita e la vita di un figlio con una forma grave di autismo.
Il punto non è la diagnosi, che resta sullo sfondo, ma ciò che accade nel tempo: il lento processo di accettazione, il momento in cui si comprende che qualcosa non passerà, che questa vita avrà un andamento diverso da quello immaginato. E allora si apre una domanda radicale: come si vive accanto a un figlio che non potrà aibitare il mondo secondo i desideri o le attese di un genitore?
Il film non cerca scorciatoie. Mostra la fatica, la stanchezza, la preoccupazione costante, ma anche il lavoro, mai concluso, di tenere insieme due movimenti opposti: proteggere e spingere fuori. Non sparire dentro la cura, saper lasciar andare ma non smettere di esserci. E lo fa con una leggerezza che non nega il dolore, ma lo rende attraversabile.
In questo senso è anche il racconto di una scelta: costruire intorno a Matteo una possibilità di vita che non sia segregazione, ma convivenza. Una casa nel mondo e non fuori dal mondo. Un tentativo concreto di immaginare un’autonomia possibile, anche quando l’autonomia non è garantita.
“Il figlio più bello” parla d’amore, ma di un amore non idealizzato, un amore che si misura con il limite, con la frustrazione, con la necessità di reinventarsi continuamente e con la preoccupazione di ciò che sarà. Non consola, non semplifica, resta, senza permetterci di guardare altrove.